Diario di viaggio in occasione della elezioni politiche del 25 gennaio 2006
Il resoconto dell'assessore alla Pace del Comune di Rho Mauro Rossetti, in Palestina come rappresentante del Coordinamento Milanese Pace in Comune
Il giorno 25 gennaio si sono tenute in Palestina delle importantissime
elezioni politiche. Testimone dell'evento l'assessore alla Pace del
Comune di Rho e membro del Coordinamento milanese Pace in Comune Mauro
Rossetti, da tempo impegnato a Rho e nel Milanese nella promozione
della pace e dell'incontro tra popoli. L'assessore Rossetti, che era parte di
una delegazione italiana composta da 60 componenti del mondo
politico nazionale, ha potuto dal 21 al 28 gennaio incontrare
delegazioni istituzionali, persone comuni, assistere allo svolgimento delle
elezioni e soprattutto conoscere da vicino una realtà complessa e
drammatica.
Di seguito pubblichiamo il diario dell'assessore
della settimana trascorsa in Palestina, con l'obiettivo di fornire ai
lettori nuovi punti di vista, rispetto all'informazione sincopata e talvolta
superficiale che arriva da quei luoghi martoriati.
21.01.2006
"... e salirono a Gerusalemme". Proprio così perché Gerusalemme
è in alto, a 600 metri sul livello del mare. Finora ho visto solo parte delle
mura illuminate perché siamo arrivati in albergo alle 19.30 ed era già buio. Dal
Ben Gurion, l'aeroporto di Tel Aviv, a Gerusalemme ci vuole quasi un'ora di
autobus; la si può utilizzare per rilassarsi, vista la severità dei controlli
per entrare in Israele. L'aeroporto, tutto in pietra chiara, si sviluppa a raggi
intorno a un centro inondato dalla luce naturale che scende dall'alto.
Dopo
la cena in albergo, andiamo a prendere contatto con la città. Varcate le mura
dalla porta di Erode, ci infiliamo in un dedalo di vie
lastricate in pietra. Sembra di essere in un'altra epoca, in un altro mondo.
Alcune case hanno la parete dell'ingresso colorata con calce bianca che fa da
base a disegni naïfs di aerei e moschee con cui, chi ci abita, ha voluto far
partecipi tutti quanti del suo viaggio alla Mecca. Tanti mici a disputarsi
qualche rifiuto abbandonato. Incrociamo la "Via dolorosa",
quella che la tradizione ritiene sia stata percorsa da Cristo
per arrivare al luogo del supplizio. Poi raggiungiamo una terrazza che dà sulla
spianata del Muro del Pianto. È mezzanotte passata e molti
ebrei pregano ondeggiando davanti alle pietre del muro.
22.01.2006
Questa mattina mi ha svegliato la preghiera all'altissimo,
registrata e salmodiante. Partiamo per Ramallah, la capitale
amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, questa sorta di stato-non
stato. Per raggiungere la città prendiamo un pulmino con una ventina di posti. A
un tratto la strada si interrompe e dobbiamo scendere. Davanti a noi c'è il
muro che separa Israele dai territori palestinesi, per
attraversarlo è necessario passare per il check-point militare di
Qalandiya.
Il muro è tremendo a vedersi, è duro, grigio, ottuso nei
suoi otto metri d'altezza. Mi ricorda il recinto di filo spinato che, come qui,
correva per montagne, colline e villaggi dei campesiños boliviani protagonisti
dei romanzi di Manuel Scorza. Uguale è la smania di chiudere, di definire, di
impedire il passaggio e lo scambio. Come se non bastasse, all'entrata del
corridoio recintato che conduce al check-point una mano ignota ha scritto sul
cartello bianco che riporta il nome del varco: "Arbeit macht
frei". Quando ripasseremo di lì, la sera, quella scritta non si leggerà
più.
Dall'altra parte del muro c'è un caos indescrivibile:
auto private, taxi e pulmini che arrivano da Ramallah, devono fare l'inversione
di marcia per tornare indietro su una strada ingombra di persone e di blocchi di
cemento per incanalare il traffico. "Ma perché non costruiscono una rotonda?"
domando. "L'hanno già fatto, ma è venuto l'esercito e l'ha distrutta", mi
rispondono.
Non ho mai visto eseguire manovre d'auto con tale precisione,
chirurgica, millimetrica, ma la cosa incredibile è che in questo casino non c'è
nessuno che dà fuori di matto, come succede tutti i giorni all'incrocio sotto
casa mia.
Ramallah si presenta bene, una città molto attiva
e con un certo benessere, lo si nota. Il sindaco è una donna del Fronte
Popolare, eletta anche con i voti di Hamas, mi dicono. La piazza più
importante della città ha al suo centro un monumento con dei leoni in pietra
sovrastati da una struttura metallica che ne fa una sorta di cono: il tutto è
ricoperto da tante bandiere e striscioni gialli, il colore di
Fatah; sulla facciata di un palazzo che si affaccia sulla piazza
campeggia un'enorme immagine del sorridente Arafat. C'è un sacco di gente che
ascolta una sorta di comizio-rap tenuto da un ragazzo che parla
a raffica su una base musicale.
Circolano con difficoltà, carichi di ragazzini, furgoni attrezzati con il
sound-system che sparano a tutto volume le musiche del partito: in quelle di
Hamas si riconoscono i colpi del kalashnikov
registrati.
Abbiamo un po' di tempo prima dell'incontro con i rappresentanti
della struttura che riunisce tutte le ONG palestinesi, così ne approfittiamo
per visitare la Moqata, il quartier generale dell'ANP, dove si
trova la tomba di Arafat. Roberto ci indica le finestre
dell'appartamento che sta dentro questo modesto complesso edilizio, in cui
Arafat visse confinato durante l'assedio dell'esercito israeliano e ci racconta
che in quella che adesso è una spianata d'asfalto erano state piantate putrelle
di acciaio l'una a poca distanza dall'altra, perché i Palestinesi temevano che
gli Israeliani, con gli elicotteri, potessero tentare di sequestrare
Arafat.
La tomba del leader è poco più di un'aiuola coperta di fiori
appassiti. Due militari rendono onore, anche se in uniforme tutt'altro
che alta. Lasciamo una bandiera della pace sul cippo, dopo aver
chiesto il permesso a due ufficiali a cui spieghiamo il nostro ruolo di
osservatori internazionali per le prossime elezioni. Sono molto gentili e paiono
gradire il nostro omaggio. Poco lontano vediamo il progetto per la
costruzione del mausoleo, ma i lavori sono fermi, a quanto
sembra.
Nella sede del PINGO, il coordinamento delle ONG, cominciamo
a raccogliere informazioni più precise su queste elezioni. Innanzitutto
dovranno essere assegnati 132 seggi, 66 dei quali assegnati col sistema
proporzionale a collegio unico nazionale e gli altri 66 col sistema
maggioritario nei distretti elettorali. Inoltre scopriamo che alle donne
è riservato il 20% dei posti nelle liste e che questo obbligo è stato
osservato da tutte le forze politiche, Hamas compresa.
Discutiamo intorno a
un grande tavolo su cui ci sono termos di caffè bollente al cardamomo. I nostri
interlocutori pensano che, alla fine, vincerà Fatah, ma se così non fosse, il
volere degli elettori dovrà comunque essere rispettato: "la prima regola della
democrazia è rispettare le regole che si è data. In Algeria il non rispetto
delle regole ha prodotto quattro anni di guerra civile".
Torniamo in
piazza e il comizio si è trasformato in una vera e propria festa: i
ragazzi ballano in cerchio, ciascuno appoggiando le braccia aperte sulle spalle
dei vicini che gli stanno ai fianchi, mentre al centro del gruppo si esibisce, a
turno, il solista. Si respira un'allegria che fa venire il groppo alla gola, se
ti fermi a pensare alle loro vite, a quanto siano precarie, a quanto gli è
toccato di vivere negli anni della loro crescita. I danzatori si sono caricati
sulle spalle dei bambini con la fronte bendata dai colori di Fatah e quando, nel
pieno della danza, sopraggiunge il camioncino di Hamas, non si scompongono e
spostano la loro danza verso il furgone e lo circondano quasi come un girotondo.
Quelli del camioncino non si scompongono, accettano il gioco e sfilano
lentamente così com'erano arrivati. In questo caos un vigile tenta di
imporre delle regole: lo osserviamo strabiliati perché si muove in un
modo incredibile e a un ritmo forsennato, con movenze da hip-hop. Qualcuno dice
che forse è matto, ma ha tutti i crismi dell'autorità, anche la divisa. Dopo un
po' fa una pausa e si fuma una bella sigaretta chiacchierando con un amico. Poi
riprende con lo stesso piglio.
3.01.2006
Siamo a Hebron, a sud di Gerusalemme, una delle più antiche città della
Palestina. La grande e antica moschea ospita al suo interno la tomba di Abramo,
il patriarca comune. Un giorno alla moschea si presentò un colono proveniente
dal vicino insediamento ebraico di Kiryat Arba e aprì il fuoco con il mitra
sulla folla in preghiera uccidendo una quindicina di persone. Allora, per
risolvere la questione, Israele pensò bene di impossessarsi di metà della
moschea, di costruirci un muro di separazione e di trasformare la sua parte in
sinagoga, con accesso distinto e riservato. Nella città si respira un'aria molto
pesante.
Al centro, nel quartiere sopra il bazar, si sono insediati circa
300 coloni. Hanno occupato le case dei Palestinesi e vivono
rinchiusi come in una fortezza, protetti dall'esercito. La loro presenza
è difesa dall'esercito, che può decidere in qualsiasi momento di
chiudere l'accesso a questa parte del bazar per motivi di sicurezza. Questo ha
rovinato i commercianti che vi avevano sede. È desolante l'immagine delle loro
botteghe sbarrate da porte di ferro. Proviamo a parlare con i militari per
vedere se ci fanno attraversare l'insediamento dei coloni, ma siamo in troppi e
ci negano il passaggio. Incontriamo dei Carabinieri che fanno
parte di un corpo di osservatori internazionali. Ci dicono che il loro compito è
solo quello di fare rapporti sulla situazione che, anche a loro, pare tesa e
pericolosa perché l'esercito controlla strettamente i movimenti dei Palestinesi
nella zona della tomba di Abramo e intorno all'insediamento. Davanti a me due
donne devono svuotare le loro borsette e mettere sul tavolo il contenuto della
borsa della spesa.
Il Sindaco di Hebron ci riceve nel suo grande
studio e ci racconta che per secoli arabi ed ebrei hanno convissuto in
questa città e gli ebrei, in netta minoranza, sono sempre stati rispettati.
I problemi sono cominciati nel 1929, quando ci furono degli
incidenti in seguito alle dichiarazioni degli inglesi che intendevano favorire
il ritorno degli ebrei in Palestina. Allora la gran parte delle famiglie ebree
lasciò la città e ora i coloni di Kiriat Arba rivendicano quelle antiche
proprietà, sebbene i discendenti di quelle famiglie non li appoggino
affatto.
A Betlemme, dove arriviamo nel primo pomeriggio, c'è
un'altra atmosfera. La città si affaccia dal fianco di una montagna su
vallate bianche di rocce e rosse di terra, sembra la Puglia. Il
complesso della Natività dà su una piazza grande e luminosa che
il Sindaco ha interdetto alle auto. Nella chiesa si entra da una piccola porta e
si è accolti dal sovraccarico del culto ortodosso. La grotta della natività è
sotto la chiesa, un piccolo spazio molto raccolto, annerito dal fumo delle
migliaia di candele arse nei secoli. Quando ritorno sulla piazza mi cattura
Giovanni e con la scusa di offrirmi un caffè, mi porta nel suo
negozietto di souvenir . Prende due sgabellini e ci sediamo a
parlare in una strana lingua mista di inglese e italiano, che lui ha imparato
dalla bocca dei pellegrini. Ogni tanto mi indica qualcosa, mi dice il prezzo, ma
sembra totalmente disinteressato alla vendita. Vecchia volpe. Il caffè è come
sempre caldissimo e aromatico. Giovanni si lamenta perché, con la situazione
presente, i pellegrini non si fermano più a Betlemme nemmeno un paio di giorni,
come facevano una volta, ma vengono, visitano la Natività e ripartono subito.
Così deve fare il cacciatore "così mi chiamano: the hunter". Compero qualche
cosa e non tratto sul prezzo, forse per questo un po' lo deludo. Gli chiedo se
andrà a votare e mi risponde che ci deve ancora pensare, ma è più no che sì. Lui
sarebbe socialista, ma non crede che con queste elezioni cambierà qualche
cosa.
Anche a Betlemme il Sindaco ci riceve con grande
cordialità e ci regala addirittura una guida di Betlemme del Touring
Club Italiano, dev'essere un fondo di magazzino dell'Anno Santo. Anche lui è
preoccupato: per una città come Betlemme il turismo è fondamentale e loro hanno
passato tutti gli anni della seconda intifada praticamente senza turisti.
Nel
viaggio di ritorno chiediamo anche all'autista del pullman se andrà a
votare o no. L'autista è di Gerusalemme e dovrebbe votare nei seggi
della città, che però verranno istituiti negli uffici postali perché Israele non
consente che a Gerusalemme est si istituiscano seggi ufficiali: chi vorrà votare
lo dovrà fare come se si trovasse all'estero, ricorrendo alle poste. Dice che
durante le scorse elezioni presidenziali chi andava a votare veniva filmato e
lui teme per il suo lavoro. Mano a mano che parla, si carica di indignazione e
il volume della sua voce, in un inglese efficace, si alza. "Stanno facendo di
tutto per fare in modo che noi ce ne andiamo da Gerusalemme, così se la
potranno prendere tutta. Ma quella è la mia città, di mio padre e di mio nonno:
perché dovrei andarmene?". Il discorso si tronca davanti all'albergo dove ci
scarica, ma si vede che aver toccato quel tasto l'ha messo a disagio e non gli è
ancora passata.
24.01.2006
Giornata dedicata a prepararci per le attività di domani. Appare subito chiaro
che i check-point israeliani sono un punto molto delicato: se l'esercito
deciderà di fare controlli molto severi, ai Palestinesi sarà di fatto
impossibile raggiungere i seggi posti nei villaggi fuori da Gerusalemme e non
potranno esercitare il diritto di voto. Decidiamo così che, oltre ai
seggi, monitoreremo anche i check-point . Scopriamo, però, che il badge
che ci è stato consegnato vale solo nei territori e non è riconosciuto da
Israele per cui non avremo alcuna autorità nei confronto dei militari, ci sarà
solo da sperare che non ci caccino via.
La situazione è questa: nel distretto di Gerusalemme i
Palestinesi che hanno diritto di voto sono circa 120.000, ma di questi sono
stati autorizzati a votare a Gerusalemme negli uffici postali solo 6.000
elettori. Per gli altri sarà necessario uscire dalla città, superare i
check-point e votare nei villaggi intorno alla città. Tutto questo di mercoledì,
vale a dire nel corso di una normale giornata lavorativa. Alle scorse elezioni
presidenziali, nonostante analoghe difficoltà, votarono circa in 50.000, che è
una cifra di tutto rispetto, viste le condizioni. Il rappresentante dell'ANP che
ci dà queste informazioni aggiunge qualche altro particolare: i votanti agli
uffici postali, come ci aveva detto l'autista del pullman, verranno ripresi con
le telecamere e voteranno di fronte all'impiegato postale, la cui prestazione
verrà retribuita a parte dall'ANP, perché questo compito non fa parte delle loro
mansioni lavorative. È evidente che in questi uffici voteranno in pochissimi,
forse solo i dipendenti dell'ANP; come potrebbe un elettore qualsiasi resistere
a una pressione così forte?
In serata visitiamo il S.
Sepolcro. Questa costruzione (è difficile definirla una chiesa) è
inafferrabile, non si riesce a farsi un'idea di come sia la sua pianta per
l'intreccio di chiese, cripte, scale poste su più livelli e secondo i più
diversi orientamenti. La costruzione ingloba il Golgota che
dunque non era così lontano dai palazzi del potere dove Cristo venne condannato
e non ha niente a che fare con il colle di tanti quadri sacri. C'è un via vai
di preti e frati delle più diverse confessioni, che accompagnano i pellegrini
secondo orari rigidamente definiti: prima gli
ortodossi, poi gli armeni, poi i francescani . Il gregoriano
succede ai lunghi canti modulati dei pope ortodossi. Farshid, l'esule iraniano
che ci accompagna, ci racconta di come la chiave del S. Sepolcro sia, per lunga
tradizione, nelle mani di un'importante e antica famiglia musulmana di
Gerusalemme così da evitare liti tra le diverse confessioni. Fuori dal S.
Sepolcro si apre una straordinaria piazzetta quadrata dove si respira aria di
medioevo. Ci sediamo, su quello che sembra un lungo gradino alla base
dell'edificio che chiude da un lato la piazzetta, a guardare l'umanità che passa
e mi accorgo che i nostri sedili sono colonne mozze di templi senza tempo.
Accanto all'ingresso del S. Sepolcro, appoggiate al muro, ci sono delle grandi
croci in legno per chi vuol fare penitenza e, se fosse il caso, nell'ultimo
negozietto prima di accedere alla piazza sono disponibili anche delle corone di
spine.
Penso a quanto sangue è corso per il possesso di questi luoghi e come
ancora siano contesi, quasi fosse questo l'ombelico del mondo. Forse è proprio
così.
25.01.2006
Alle 7.10 sono seduto nel banchetto di formica per due bambini della scuola
primaria di Az-Za'ayyem. Il seggio si compone di cinque sezioni
elettorali ciascuna costituita da un presidente e tre segretari. In
quasi tutte le sezioni questi ruoli sono ricoperti da donne. Sulla parete
dell'aula sono appesi tre cartelli: divieto di fumo, divieto dell'uso di
cellulari e divieto di introdurre armi . Devo dire che l'immagine della
pistola sbarrata di rosso in una scuola fa un certo effetto. Il seggio è aperto
da dieci minuti e c'è già la coda, sono tutti uomini che probabilmente vogliono
votare prima di andare al lavoro. Le operazioni si svolgono con celerità ed
efficienza, compreso il tuffo dell'indice nell'inchiostro indelebile cui devono
sottostare tutti i votanti. La segretaria spiega con pazienza a ciascun
elettore il significato delle due schede che ha nelle mani , una per il
voto proporzionale e l'altra per il collegio, e i votanti ascoltano con
attenzione. Molti sono in difficoltà con la piegatura della scheda dopo il voto,
anche perché hanno ancora il dito bagnato d'inchiostro e, per non sporcare la
scheda, lo tengono teso. In questo seggio votano gli abitanti di Gerusalemme e
devono esibire il documento per essere ammessi al voto, visto che non c'è la
lista elettorale pre-compilata.
Improvvisamente si sente forte il
suono dei clacson. Lascio la sezione e vado sulla strada: c'è un casino
tremendo, le auto bloccano la strada centrale del paese in entrambe le
direzioni. Risalgo la fila in direzione della strada di accesso al paese e li
vedo: tre camionette dell'esercito israeliano si sono messe di
traverso e impediscono lo scorrere del traffico. Vedo un gruppo di
bambini correre decisi verso i soldati. Per fortuna la cosa si risolve in una
mezz'oretta: i soldati volevano che venissero tolti dalle auto e dai furgoni i
manifesti elettorali dei candidati. In effetti la campagna elettorale avrebbe
dovuto concludersi ieri, ma la presenza nei pressi dei seggi dei militanti di
tutte le liste è massiccia. Non c'è animosità tra i gialli di Fatah e i verdi di
Hamas, che costituiscono la maggioranza, c'è posto anche per il poco rosso di
quelli del Fronte Popolare, piuttosto si coglie una composta eccitazione, la
consapevolezza di essere nel pieno di un avvenimento storico per la Palestina.
Dopo aver visitato l'altro seggio del paese e tutte le sezioni, mi sistemo
accanto al rappresentante di lista di Hamas, che dall'apertura del seggio non si
è mosso dal banco. Deve andare in bagno e mi chiede se posso tenere il conto del
numero dei votanti per qualche minuto. Torna poco dopo e gli faccio notare la
straordinaria partecipazione al voto. Lui è contento e mi mormora sottovoce: "E'
il giorno! E' il giorno!", con gli occhi accesi per l'emozione. Alle
15.30 hanno votato più di 1.500 persone e ora si aspetta l'ondata di
chi torna dal lavoro. Fuori dal seggio l'eccitazione aumenta: passano furgoni
imbandierati di verde, sembrano le immagini di Milano il 25 aprile del '45. I
militanti di Fatah hanno srotolato dal tetto di una casa un enorme bandierone
della Palestina che il vento sbatte di qua e di là.
Ce ne andiamo dopo le 19,
fa un freddo cane e il poliziotto palestinese di guardia al seggio continua,
come ha fatto durante tutta la giornata, a sequestrare inflessibilmente i
"santini" dei candidati portati visibilmente dai votanti che ancora si trovano
all'interno della scuola dopo che il cancello è stato chiuso.
In serata alla
CNN danno come probabile una vittoria di Hamas, ma il tutto è ancora molto
dubbio, meglio aspettare i risultati ufficiali.
26.01.2006
Passiamo la mattina a stendere il rapporto per UNDPI con l'orecchio
attento alle notizie. C'è poco da fare, tutti danno vincente Hamas, ma
non sono ancora chiare le dimensioni di questa vittoria. Il rapporto ci costa un
bel po' di lavoro, soprattutto perché deve seguire una traccia definita e deve
essere in inglese. Appena terminato, in un gruppetto andiamo a Ramallah per
consegnarlo. Il check-point di Qalandiya mi inquieta ancora una
volta, ma, noto, un po' meno dell'altra volta: è proprio vero che ci si può
abituare a tutto! Quando arriviamo nella piazza centrale la troviamo piena zeppa
di una folla spessa di militanti e sostenitori di Hamas che stanno
concentrandosi lì per dar vita a un corteo. La grande immagine di Arafat che
dall'alto vegliava sulla piazza non c'è più e il monumento con i leoni da giallo
si è fatto verde. Il problema è che dobbiamo necessariamente attraversare la
piazza e ci tuffiamo nel mare della folla. Come sempre succede in questi casi,
dopo un po' perdiamo il contatto e mi ritrovo solo con Alessandra e Giulia, tra
questi corpi fitti che sbandano e si muovono come onde. Giulia non se ne cura,
scatta delle fotografie mentre tanti occhi guardano la sua figura allampanata
dai capelli violacei. Continuiamo ad avanzare. L'impresa, già difficile di per
sé, diventa drammatica quando una jeep della polizia palestinese si infila nel
corteo per attraversarlo. Ulteriore compressione e ulteriore sbandamento davanti
ai kalashnicov dei soldati, ma finalmente sbuchiamo dall'altra parte dove c'è
uno spezzone del corteo di sole donne, sembrano inquadrate militarmente, che
gridano slogan con le braccia alzate. Si respira. Arriviamo alla sede
dell'UNDPI e scopriamo di essere gli ultimi a presentare il rapporto ,
ma quando diciamo loro che alcuni del nostro gruppo hanno svolto il loro lavoro
a Gaza se ne fanno una ragione. Cominciano a circolare dei numeri che danno 74
seggi a Hamas e 46 a Fatah, maggioranza assoluta, dunque. Vediamo alla
televisione la brutta faccia di Bush. C'è la proposta di andare al Media Center
dove verrà data lettura dei risultati ufficiali. Pare che anche là ci sia una
folla incredibile e declino l'invito perchè non me la sento di vivere un'altra
compressione come quella del pomeriggio.
La sera ci troviamo a discutere in
albergo. Roberto è affranto: non so bene da quanti anni frequenti la Palestina e
gli esponenti di Fatah, forse da quegli anni lontani in cui Mario Capanna, il
leader degli studenti milanesi, fu ricevuto da Arafat, ma allo stesso tempo è
molto obiettivo. La
crisi di Fatah, ci racconta, è
cominciata con il ritorno in Palestina del gruppo dirigente che, dopo la
cacciata dal Libano nei primi anni '80, si era rifugiato a Tunisi .
Durante il loro esilio, in Palestina era cresciuta una nuova leva di militanti
di Al Fatah, molto legati al territorio e al popolo palestinese. Quando il
gruppo dirigente rientrò, la dialettica tra "esterni" e "interni" si risolse a
favore dei primi, che occuparono tutti i posti di potere, spesso assegnati in
modo nepotistico e spesso a degli incapaci, relegando in posizioni secondarie
chi aveva costruito un vero rapporto di massa. Questo processo, negli anni, ha
sempre di più indebolito il consenso a Fatah e ha aperto la strada a Hamas, che
è un'organizzazione del tutto "interna", molto radicata e con tanti soldi che ha
impegnato per attività sociali. Attraverso queste attività e con la sua
posizione di duro rifiuto di ogni trattativa con Israele ha allargato mano a
mano il suo consenso fino ai risultati di oggi. D'altra parte ogni persona di
buon senso che si chiedesse che cosa hanno ottenuto i Palestinesi dagli accordi
di Oslo non potrebbe che rispondere: nulla e, dunque, perché trattare se Israele
non cambia posizione?
27.01.2006
Incontriamo i pacifisti israeliani dell'Alternative Center. La
loro sede a Gerusalemme ha la tipica atmosfera di tutte le sedi militanti del
mondo, credo: tanta carta, tanti libri e un bello spazio per la discussione. Sul
voto sottolineano prima di tutto che si è svolto in modo ineccepibile, Israele
non lo ha boicottato più di tanto e ha
votato il 77,3%
degli aventi diritto . Ciò significa che Israele non è l'unico stato
del Medio Oriente in cui si svolgono libere elezioni, ma c'è anche la Palestina.
Questo fatto non è indifferente, perché questi processi democratici non sono
particolarmente apprezzati negli altri Paesi arabi che, pur essendo sostenuti
fortemente dall'Occidente, non consentono la libera espressione del voto anche
quando formalmente indicono elezioni.
La seconda questione sta nei
numeri. Nella quota proporzionale la distanza tra Hamas e Fatah è di
solo 5 punti, mentre Hamas ha conquistato tantissimi collegi maggioritari perché
si è presentata compatta e non frammentata in diverse candidature, come invece
ha fatto Fatah. Sono inoltre state elette complessivamente 12 donne, anche in
Hamas. Il successo di Hamas, secondo loro, è dovuto a tre fattori: in
primo luogo il crescere, anche in una società laica come quella
palestinese, della spinta religiosa e quindi l'adesione ideologica al partito
Hamas. Poi c'è il voto di protesta contro i fenomeni di
malgoverno e di corruzione di Fatah e, infine, l'esasperazione per i
tanti problemi sociali che in questi anni la maggioranza di governo non
ha affrontato. Secondo i nostri interlocutori, comunque, Hamas non è in grado,
ora, di modificare le leggi in modo da spingere la società palestinese verso una
progressiva "islamizzazione" che ne metta in discussione le conquiste civili,
perché l'impronta laica è ancora forte, specie nelle città, e la società
palestinese non è pronta per questo salto.
Sul piano internazionale, è
evidente che il cosiddetto "processo di pace" è stato sepolto da questo voto. In
realtà non era nemmeno mai iniziato in quanto la posizione di Israele è sempre
stata quella dell'unilateralismo, della volontà di non riconoscere alcun ruolo
al proprio interlocutore. D'altra parte, nel momento stesso in cui Israele
decidesse seriamente di aprire una trattativa, ciò non potrebbe che avvenire
sulla base del diritto internazionale, vale a dire dalle risoluzioni ONU basate
sul principio "due popoli, due stati" e sul ripristino dei confini del 1967. E
questo non è semplice per Israele: meglio nessuna trattativa, meglio atti
unilaterali, come lo sgombero dei coloni da Gaza e altri che forse
seguiranno.
La vittoria di Hamas certifica questa fine del "processo di pace"
che del resto ha costantemente combattuto. D'altra parte la politica di Sharon
in questi anni ha avuto come obiettivo la distruzione dell'ANP, creando mille
difficoltà e soprattutto non consentendo che ottenesse alcun risultato, e questo
ha contribuito al rafforzamento di Hamas.
Il voto potrebbe innescare
un importante processo di ricostruzione dell'unità nazionale in Palestina, come
pare essere l'obiettivo del Presidente . Paradossalmente l'esito di
queste elezioni gli dà una carta in più, infatti se Abu Mazen, con Fatah
vincente, avesse offerto qualche sorta di collaborazione con Hamas, sarebbe
stato accusato di aprire a una formazione estremista, mentre ora accade il
contrario. In più questo possibile appello ha qualche probabilità di essere
accolto da Hamas perché questo partito non dispone di quadri e dirigenti
all'altezza delle difficoltà che il governo Palestinese si troverà di fronte sia
sul piano interno che internazionale.
Così questo risultato
elettorale non potrà non avere importanti ricadute sulle elezioni israeliane di
marzo . Lo sforzo fatto dal Labur e da Perez per riportare al centro
dell'attenzione la questione sociale (in Israele il 25% della popolazione vive
nei pressi della soglia di povertà) che sembrava portare aria nuova nel
dibattito politico subisce una battuta d'arresto e probabilmente l'elettorato
premierà la continuità rappresentata da Kadima.
Nel pomeriggio due
ragazze del movimento pacifista ci portano a visitare il muro che
sbarra la strada che va da Gerusalemme a Gerico. Queste visite fanno parte della
loro attività militante; ci raccontano che in Israele non tutti sanno del muro,
molti non l'hanno nemmeno mai visto, così loro cercano di farlo vedere a quanta
più gente possibile. È una pratica intelligente perché è davvero sufficiente
osservarlo da vicino per coglierne in pieno la carica di violenza, di esclusione
e la prefigurazione di un vero e proprio sistema di apartheid che porta con sé.
28.01.2006
Oggi siamo a Nablus, nel nord, la romana Neapolis. Qui manca il
golfo, ma non le montagne che la circondano da ogni parte. L'ingresso in città
con il pullman è piuttosto laborioso perché i militari ci controllano in lungo e
in largo. Nella sede del sindacato incontriamo una candidata non eletta
del Fronte Democratico con la quale continuiamo le valutazioni del
voto. È stata in esilio per molti anni, a causa della sua militanza politica e
sorridendo ci dice che quando se ne è dovuta andare dalla Palestina era poco più
che una ragazzina e quando è tornata era già nonna. Ci parla della debolezza
della sinistra palestinese che vive, disgrazia comune, una frammentazione
improduttiva. Spera che queste elezioni servano per ricostruire l'unità del
popolo palestinese e, a suo avviso, Hamas farà un governo aperto ad altre
componenti, riservando a sé le questioni sociali (scuola, sanità, assistenza)
che potranno, se ben gestite, allargare ancora di più la sua presa sulla società
palestinese. Anche secondo lei non ci sono le condizioni perché Hamas forzi sul
piano dei costumi basandosi sull'ideologia religiosa. Staremo a
vedere.
Mentre stiamo parlando si sentono colpi di armi da fuoco, "è
un'esercitazione" ci dicono, ma sapremo più tardi dalla televisione che a Nablus
c'è stata una manifestazione di militanti di Al Fatah , che non
pare siano così disposti ad accettare il responso delle urne.
Il bazar è
molto bello, ricco, pieno di spezie profumate e di tutto quello che può servire.
Gli odori di questi mercati sono così diversi dal puzzo di gas e di morte delle
nostre città!
L'uscita da Nablus è ancora più complicata dell'entrata: la
fila è lunga e accanto alle auto, dalla parte del guidatore, in mezzo alla
strada, ci sono molti banchetti che offrono cibo e bevande calde. A un banchetto
c'è un bambino che vende il caffè. Avrà sette o otto anni, magro come eravamo
magri noi, nati negli anni Cinquanta, alla stessa età. Salta su e giù dal blocco
di cemento in mezzo alla strada per arrivare all'altezza dei finestrini. Ha
occhi neri e grandi che sorridono con tutta la forza che ha quell'età. Le donne
sul pullman sono conquistate e le ordinazioni fioccano. Quando sale sul pullman
con i caffè, è l'immagine della dignità, dell'energia e della speranza che
animano questo popolo. La scena cambia quando salgono i militari israeliani con
il mitra in spalla e ci squadrano con sguardi ai raggi-X, anche se sono
formalmente impeccabili.
È l'ultima sera prima della partenza e
incontriamo Zvi Shuldiner, docente universitario in Israele e animatore del
movimento pacifista, oltre che corrispondente per "il manifesto" . A
suo avviso la cosa più importante, a breve, è che non scoppi una guerra civile
tra Fatah e Hamas, perché questo trascinerebbe tutti nel baratro. Altrettanto
importante è che a nessuno, Europa e USA, venga in mente di tagliare i fondi
all'ANP perché se non fosse più possibile pagare gli stipendi dei suoi circa 200
mila dipendenti, tra cui ci sono circa 50 mila militari, la situazione
precipiterebbe in breve tempo. La vittoria di Hamas è stata inaspettata,
soprattutto per le proporzioni che ha assunto, ma pensa che all'interno
dell'organizzazione, se non ci saranno prese di posizione internazionali
tendenti a isolarla, prevarrà l'ala pragmatica e meno ideologica. Se in
Occidente e in Israele si favorirà questo processo, si potrebbero aprire nuovi
orizzonti per entrambi i popoli, che danno segni di stanchezza per una
situazione davvero dura da sostenere quotidianamente.
29.01.2006
La spianata delle moschee di mattina presto . C'è silenzio e
poca gente, la città sembra lontana. Tra le due moschee, una splendida con il
suo rivestimento di maioliche blu, gialle e verdi e la cupola d'oro, l'altra più
sobria nella consapevolezza della sua importanza mistica, dall'altra parte della
valle sale il monte degli Ulivi. Ai suoi piedi c'è il Getsemani e una bellissima
chiesa ortodossa con torri che terminano, come il Cremino, con forme fiammate
tinte d'oro. Camminiamo sulle pietre ben connesse. Questo luogo offre la mistica
del silenzio, sono le pietre che parlano.