Città di Rho


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Diario di viaggio in occasione della elezioni politiche del 25 gennaio 2006

Il resoconto dell'assessore alla Pace del Comune di Rho Mauro Rossetti, in Palestina come rappresentante del Coordinamento Milanese Pace in Comune

Il giorno 25 gennaio si sono tenute in Palestina delle importantissime elezioni politiche. Testimone dell'evento l'assessore alla Pace del Comune di Rho e membro del Coordinamento milanese Pace in Comune Mauro Rossetti, da tempo impegnato a Rho e nel Milanese nella promozione della pace e dell'incontro tra popoli. L'assessore Rossetti, che era parte di una delegazione italiana composta da 60 componenti del mondo politico nazionale, ha potuto dal 21 al 28 gennaio incontrare delegazioni istituzionali, persone comuni, assistere allo svolgimento delle elezioni e soprattutto conoscere da vicino una realtà complessa e drammatica.
Di seguito pubblichiamo il diario dell'assessore della settimana trascorsa in Palestina, con l'obiettivo di fornire ai lettori nuovi punti di vista, rispetto all'informazione sincopata e talvolta superficiale che arriva da quei luoghi martoriati.
 
 

21.01.2006

"... e salirono a Gerusalemme". Proprio così perché Gerusalemme è in alto, a 600 metri sul livello del mare. Finora ho visto solo parte delle mura illuminate perché siamo arrivati in albergo alle 19.30 ed era già buio. Dal Ben Gurion, l'aeroporto di Tel Aviv, a Gerusalemme ci vuole quasi un'ora di autobus; la si può utilizzare per rilassarsi, vista la severità dei controlli per entrare in Israele. L'aeroporto, tutto in pietra chiara, si sviluppa a raggi intorno a un centro inondato dalla luce naturale che scende dall'alto.
Dopo la cena in albergo, andiamo a prendere contatto con la città. Varcate le mura dalla porta di Erode, ci infiliamo in un dedalo di vie lastricate in pietra. Sembra di essere in un'altra epoca, in un altro mondo. Alcune case hanno la parete dell'ingresso colorata con calce bianca che fa da base a disegni naïfs di aerei e moschee con cui, chi ci abita, ha voluto far partecipi tutti quanti del suo viaggio alla Mecca. Tanti mici a disputarsi qualche rifiuto abbandonato. Incrociamo la "Via dolorosa", quella che la tradizione ritiene sia stata percorsa da Cristo per arrivare al luogo del supplizio. Poi raggiungiamo una terrazza che dà sulla spianata del Muro del Pianto. È mezzanotte passata e molti ebrei pregano ondeggiando davanti alle pietre del muro.
 
 
Muro Palestina_1

22.01.2006

Questa mattina mi ha svegliato la preghiera all'altissimo, registrata e salmodiante. Partiamo per Ramallah, la capitale amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, questa sorta di stato-non stato. Per raggiungere la città prendiamo un pulmino con una ventina di posti. A un tratto la strada si interrompe e dobbiamo scendere. Davanti a noi c'è il muro che separa Israele dai territori palestinesi, per attraversarlo è necessario passare per il check-point militare di Qalandiya.
 
 
Muro Palestinavert_2
Il muro è tremendo a vedersi, è duro, grigio, ottuso nei suoi otto metri d'altezza. Mi ricorda il recinto di filo spinato che, come qui, correva per montagne, colline e villaggi dei campesiños boliviani protagonisti dei romanzi di Manuel Scorza. Uguale è la smania di chiudere, di definire, di impedire il passaggio e lo scambio. Come se non bastasse, all'entrata del corridoio recintato che conduce al check-point una mano ignota ha scritto sul cartello bianco che riporta il nome del varco: "Arbeit macht frei". Quando ripasseremo di lì, la sera, quella scritta non si leggerà più.
Dall'altra parte del muro c'è un caos indescrivibile: auto private, taxi e pulmini che arrivano da Ramallah, devono fare l'inversione di marcia per tornare indietro su una strada ingombra di persone e di blocchi di cemento per incanalare il traffico. "Ma perché non costruiscono una rotonda?" domando. "L'hanno già fatto, ma è venuto l'esercito e l'ha distrutta", mi rispondono.
Non ho mai visto eseguire manovre d'auto con tale precisione, chirurgica, millimetrica, ma la cosa incredibile è che in questo casino non c'è nessuno che dà fuori di matto, come succede tutti i giorni all'incrocio sotto casa mia.
Ramallah si presenta bene, una città molto attiva e con un certo benessere, lo si nota. Il sindaco è una donna del Fronte Popolare, eletta anche con i voti di Hamas, mi dicono. La piazza più importante della città ha al suo centro un monumento con dei leoni in pietra sovrastati da una struttura metallica che ne fa una sorta di cono: il tutto è ricoperto da tante bandiere e striscioni gialli, il colore di Fatah; sulla facciata di un palazzo che si affaccia sulla piazza campeggia un'enorme immagine del sorridente Arafat. C'è un sacco di gente che ascolta una sorta di comizio-rap tenuto da un ragazzo che parla a raffica su una base musicale.
 
 
Tomba Arafat
Circolano con difficoltà, carichi di ragazzini, furgoni attrezzati con il sound-system che sparano a tutto volume le musiche del partito: in quelle di Hamas si riconoscono i colpi del kalashnikov registrati.
Abbiamo un po' di tempo prima dell'incontro con i rappresentanti della struttura che riunisce tutte le ONG palestinesi, così ne approfittiamo per visitare la Moqata, il quartier generale dell'ANP, dove si trova la tomba di Arafat. Roberto ci indica le finestre dell'appartamento che sta dentro questo modesto complesso edilizio, in cui Arafat visse confinato durante l'assedio dell'esercito israeliano e ci racconta che in quella che adesso è una spianata d'asfalto erano state piantate putrelle di acciaio l'una a poca distanza dall'altra, perché i Palestinesi temevano che gli Israeliani, con gli elicotteri, potessero tentare di sequestrare Arafat.
La tomba del leader è poco più di un'aiuola coperta di fiori appassiti. Due militari rendono onore, anche se in uniforme tutt'altro che alta. Lasciamo una bandiera della pace sul cippo, dopo aver chiesto il permesso a due ufficiali a cui spieghiamo il nostro ruolo di osservatori internazionali per le prossime elezioni. Sono molto gentili e paiono gradire il nostro omaggio. Poco lontano vediamo il progetto per la costruzione del mausoleo, ma i lavori sono fermi, a quanto sembra.
Nella sede del PINGO, il coordinamento delle ONG, cominciamo a raccogliere informazioni più precise su queste elezioni. Innanzitutto dovranno essere assegnati 132 seggi, 66 dei quali assegnati col sistema proporzionale a collegio unico nazionale e gli altri 66 col sistema maggioritario nei distretti elettorali. Inoltre scopriamo che alle donne è riservato il 20% dei posti nelle liste e che questo obbligo è stato osservato da tutte le forze politiche, Hamas compresa.
Discutiamo intorno a un grande tavolo su cui ci sono termos di caffè bollente al cardamomo. I nostri interlocutori pensano che, alla fine, vincerà Fatah, ma se così non fosse, il volere degli elettori dovrà comunque essere rispettato: "la prima regola della democrazia è rispettare le regole che si è data. In Algeria il non rispetto delle regole ha prodotto quattro anni di guerra civile".
Torniamo in piazza e il comizio si è trasformato in una vera e propria festa: i ragazzi ballano in cerchio, ciascuno appoggiando le braccia aperte sulle spalle dei vicini che gli stanno ai fianchi, mentre al centro del gruppo si esibisce, a turno, il solista. Si respira un'allegria che fa venire il groppo alla gola, se ti fermi a pensare alle loro vite, a quanto siano precarie, a quanto gli è toccato di vivere negli anni della loro crescita. I danzatori si sono caricati sulle spalle dei bambini con la fronte bendata dai colori di Fatah e quando, nel pieno della danza, sopraggiunge il camioncino di Hamas, non si scompongono e spostano la loro danza verso il furgone e lo circondano quasi come un girotondo. Quelli del camioncino non si scompongono, accettano il gioco e sfilano lentamente così com'erano arrivati. In questo caos un vigile tenta di imporre delle regole: lo osserviamo strabiliati perché si muove in un modo incredibile e a un ritmo forsennato, con movenze da hip-hop. Qualcuno dice che forse è matto, ma ha tutti i crismi dell'autorità, anche la divisa. Dopo un po' fa una pausa e si fuma una bella sigaretta chiacchierando con un amico. Poi riprende con lo stesso piglio.
 
 
Hebron

3.01.2006

Siamo a Hebron, a sud di Gerusalemme, una delle più antiche città della Palestina. La grande e antica moschea ospita al suo interno la tomba di Abramo, il patriarca comune. Un giorno alla moschea si presentò un colono proveniente dal vicino insediamento ebraico di Kiryat Arba e aprì il fuoco con il mitra sulla folla in preghiera uccidendo una quindicina di persone. Allora, per risolvere la questione, Israele pensò bene di impossessarsi di metà della moschea, di costruirci un muro di separazione e di trasformare la sua parte in sinagoga, con accesso distinto e riservato. Nella città si respira un'aria molto pesante.
Al centro, nel quartiere sopra il bazar, si sono insediati circa 300 coloni. Hanno occupato le case dei Palestinesi e vivono rinchiusi come in una fortezza, protetti dall'esercito. La loro presenza è difesa dall'esercito, che può decidere in qualsiasi momento di chiudere l'accesso a questa parte del bazar per motivi di sicurezza. Questo ha rovinato i commercianti che vi avevano sede. È desolante l'immagine delle loro botteghe sbarrate da porte di ferro. Proviamo a parlare con i militari per vedere se ci fanno attraversare l'insediamento dei coloni, ma siamo in troppi e ci negano il passaggio. Incontriamo dei Carabinieri che fanno parte di un corpo di osservatori internazionali. Ci dicono che il loro compito è solo quello di fare rapporti sulla situazione che, anche a loro, pare tesa e pericolosa perché l'esercito controlla strettamente i movimenti dei Palestinesi nella zona della tomba di Abramo e intorno all'insediamento. Davanti a me due donne devono svuotare le loro borsette e mettere sul tavolo il contenuto della borsa della spesa.
Il Sindaco di Hebron ci riceve nel suo grande studio e ci racconta che per secoli arabi ed ebrei hanno convissuto in questa città e gli ebrei, in netta minoranza, sono sempre stati rispettati.
 
 
Incontro
I problemi sono cominciati nel 1929, quando ci furono degli incidenti in seguito alle dichiarazioni degli inglesi che intendevano favorire il ritorno degli ebrei in Palestina. Allora la gran parte delle famiglie ebree lasciò la città e ora i coloni di Kiriat Arba rivendicano quelle antiche proprietà, sebbene i discendenti di quelle famiglie non li appoggino affatto.
A Betlemme, dove arriviamo nel primo pomeriggio, c'è un'altra atmosfera. La città si affaccia dal fianco di una montagna su vallate bianche di rocce e rosse di terra, sembra la Puglia. Il complesso della Natività dà su una piazza grande e luminosa che il Sindaco ha interdetto alle auto. Nella chiesa si entra da una piccola porta e si è accolti dal sovraccarico del culto ortodosso. La grotta della natività è sotto la chiesa, un piccolo spazio molto raccolto, annerito dal fumo delle migliaia di candele arse nei secoli. Quando ritorno sulla piazza mi cattura Giovanni e con la scusa di offrirmi un caffè, mi porta nel suo negozietto di souvenir . Prende due sgabellini e ci sediamo a parlare in una strana lingua mista di inglese e italiano, che lui ha imparato dalla bocca dei pellegrini. Ogni tanto mi indica qualcosa, mi dice il prezzo, ma sembra totalmente disinteressato alla vendita. Vecchia volpe. Il caffè è come sempre caldissimo e aromatico. Giovanni si lamenta perché, con la situazione presente, i pellegrini non si fermano più a Betlemme nemmeno un paio di giorni, come facevano una volta, ma vengono, visitano la Natività e ripartono subito. Così deve fare il cacciatore "così mi chiamano: the hunter". Compero qualche cosa e non tratto sul prezzo, forse per questo un po' lo deludo. Gli chiedo se andrà a votare e mi risponde che ci deve ancora pensare, ma è più no che sì. Lui sarebbe socialista, ma non crede che con queste elezioni cambierà qualche cosa.
Anche a Betlemme il Sindaco ci riceve con grande cordialità e ci regala addirittura una guida di Betlemme del Touring Club Italiano, dev'essere un fondo di magazzino dell'Anno Santo. Anche lui è preoccupato: per una città come Betlemme il turismo è fondamentale e loro hanno passato tutti gli anni della seconda intifada praticamente senza turisti.
Nel viaggio di ritorno chiediamo anche all'autista del pullman se andrà a votare o no. L'autista è di Gerusalemme e dovrebbe votare nei seggi della città, che però verranno istituiti negli uffici postali perché Israele non consente che a Gerusalemme est si istituiscano seggi ufficiali: chi vorrà votare lo dovrà fare come se si trovasse all'estero, ricorrendo alle poste. Dice che durante le scorse elezioni presidenziali chi andava a votare veniva filmato e lui teme per il suo lavoro. Mano a mano che parla, si carica di indignazione e il volume della sua voce, in un inglese efficace, si alza. "Stanno facendo di tutto per fare in modo che noi ce ne andiamo da Gerusalemme, così se la potranno prendere tutta. Ma quella è la mia città, di mio padre e di mio nonno: perché dovrei andarmene?". Il discorso si tronca davanti all'albergo dove ci scarica, ma si vede che aver toccato quel tasto l'ha messo a disagio e non gli è ancora passata.
 
 
Strada

24.01.2006

Giornata dedicata a prepararci per le attività di domani. Appare subito chiaro che i check-point israeliani sono un punto molto delicato: se l'esercito deciderà di fare controlli molto severi, ai Palestinesi sarà di fatto impossibile raggiungere i seggi posti nei villaggi fuori da Gerusalemme e non potranno esercitare il diritto di voto. Decidiamo così che, oltre ai seggi, monitoreremo anche i check-point . Scopriamo, però, che il badge che ci è stato consegnato vale solo nei territori e non è riconosciuto da Israele per cui non avremo alcuna autorità nei confronto dei militari, ci sarà solo da sperare che non ci caccino via.
La situazione è questa: nel distretto di Gerusalemme i Palestinesi che hanno diritto di voto sono circa 120.000, ma di questi sono stati autorizzati a votare a Gerusalemme negli uffici postali solo 6.000 elettori. Per gli altri sarà necessario uscire dalla città, superare i check-point e votare nei villaggi intorno alla città. Tutto questo di mercoledì, vale a dire nel corso di una normale giornata lavorativa. Alle scorse elezioni presidenziali, nonostante analoghe difficoltà, votarono circa in 50.000, che è una cifra di tutto rispetto, viste le condizioni. Il rappresentante dell'ANP che ci dà queste informazioni aggiunge qualche altro particolare: i votanti agli uffici postali, come ci aveva detto l'autista del pullman, verranno ripresi con le telecamere e voteranno di fronte all'impiegato postale, la cui prestazione verrà retribuita a parte dall'ANP, perché questo compito non fa parte delle loro mansioni lavorative. È evidente che in questi uffici voteranno in pochissimi, forse solo i dipendenti dell'ANP; come potrebbe un elettore qualsiasi resistere a una pressione così forte?
In serata visitiamo il S. Sepolcro. Questa costruzione (è difficile definirla una chiesa) è inafferrabile, non si riesce a farsi un'idea di come sia la sua pianta per l'intreccio di chiese, cripte, scale poste su più livelli e secondo i più diversi orientamenti. La costruzione ingloba il Golgota che dunque non era così lontano dai palazzi del potere dove Cristo venne condannato e non ha niente a che fare con il colle di tanti quadri sacri. C'è un via vai di preti e frati delle più diverse confessioni, che accompagnano i pellegrini secondo orari rigidamente definiti: prima gli ortodossi, poi gli armeni, poi i francescani . Il gregoriano succede ai lunghi canti modulati dei pope ortodossi. Farshid, l'esule iraniano che ci accompagna, ci racconta di come la chiave del S. Sepolcro sia, per lunga tradizione, nelle mani di un'importante e antica famiglia musulmana di Gerusalemme così da evitare liti tra le diverse confessioni. Fuori dal S. Sepolcro si apre una straordinaria piazzetta quadrata dove si respira aria di medioevo. Ci sediamo, su quello che sembra un lungo gradino alla base dell'edificio che chiude da un lato la piazzetta, a guardare l'umanità che passa e mi accorgo che i nostri sedili sono colonne mozze di templi senza tempo. Accanto all'ingresso del S. Sepolcro, appoggiate al muro, ci sono delle grandi croci in legno per chi vuol fare penitenza e, se fosse il caso, nell'ultimo negozietto prima di accedere alla piazza sono disponibili anche delle corone di spine.
Penso a quanto sangue è corso per il possesso di questi luoghi e come ancora siano contesi, quasi fosse questo l'ombelico del mondo. Forse è proprio così.
 
 

25.01.2006

Alle 7.10 sono seduto nel banchetto di formica per due bambini della scuola primaria di Az-Za'ayyem. Il seggio si compone di cinque sezioni elettorali ciascuna costituita da un presidente e tre segretari. In quasi tutte le sezioni questi ruoli sono ricoperti da donne. Sulla parete dell'aula sono appesi tre cartelli: divieto di fumo, divieto dell'uso di cellulari e divieto di introdurre armi . Devo dire che l'immagine della pistola sbarrata di rosso in una scuola fa un certo effetto. Il seggio è aperto da dieci minuti e c'è già la coda, sono tutti uomini che probabilmente vogliono votare prima di andare al lavoro. Le operazioni si svolgono con celerità ed efficienza, compreso il tuffo dell'indice nell'inchiostro indelebile cui devono sottostare tutti i votanti. La segretaria spiega con pazienza a ciascun elettore il significato delle due schede che ha nelle mani , una per il voto proporzionale e l'altra per il collegio, e i votanti ascoltano con attenzione. Molti sono in difficoltà con la piegatura della scheda dopo il voto, anche perché hanno ancora il dito bagnato d'inchiostro e, per non sporcare la scheda, lo tengono teso. In questo seggio votano gli abitanti di Gerusalemme e devono esibire il documento per essere ammessi al voto, visto che non c'è la lista elettorale pre-compilata.
Improvvisamente si sente forte il suono dei clacson. Lascio la sezione e vado sulla strada: c'è un casino tremendo, le auto bloccano la strada centrale del paese in entrambe le direzioni. Risalgo la fila in direzione della strada di accesso al paese e li vedo: tre camionette dell'esercito israeliano si sono messe di traverso e impediscono lo scorrere del traffico. Vedo un gruppo di bambini correre decisi verso i soldati. Per fortuna la cosa si risolve in una mezz'oretta: i soldati volevano che venissero tolti dalle auto e dai furgoni i manifesti elettorali dei candidati. In effetti la campagna elettorale avrebbe dovuto concludersi ieri, ma la presenza nei pressi dei seggi dei militanti di tutte le liste è massiccia. Non c'è animosità tra i gialli di Fatah e i verdi di Hamas, che costituiscono la maggioranza, c'è posto anche per il poco rosso di quelli del Fronte Popolare, piuttosto si coglie una composta eccitazione, la consapevolezza di essere nel pieno di un avvenimento storico per la Palestina. Dopo aver visitato l'altro seggio del paese e tutte le sezioni, mi sistemo accanto al rappresentante di lista di Hamas, che dall'apertura del seggio non si è mosso dal banco. Deve andare in bagno e mi chiede se posso tenere il conto del numero dei votanti per qualche minuto. Torna poco dopo e gli faccio notare la straordinaria partecipazione al voto. Lui è contento e mi mormora sottovoce: "E' il giorno! E' il giorno!", con gli occhi accesi per l'emozione. Alle 15.30 hanno votato più di 1.500 persone e ora si aspetta l'ondata di chi torna dal lavoro. Fuori dal seggio l'eccitazione aumenta: passano furgoni imbandierati di verde, sembrano le immagini di Milano il 25 aprile del '45. I militanti di Fatah hanno srotolato dal tetto di una casa un enorme bandierone della Palestina che il vento sbatte di qua e di là.
Ce ne andiamo dopo le 19, fa un freddo cane e il poliziotto palestinese di guardia al seggio continua, come ha fatto durante tutta la giornata, a sequestrare inflessibilmente i "santini" dei candidati portati visibilmente dai votanti che ancora si trovano all'interno della scuola dopo che il cancello è stato chiuso.
In serata alla CNN danno come probabile una vittoria di Hamas, ma il tutto è ancora molto dubbio, meglio aspettare i risultati ufficiali.
 
 

26.01.2006

Passiamo la mattina a stendere il rapporto per UNDPI con l'orecchio attento alle notizie. C'è poco da fare, tutti danno vincente Hamas, ma non sono ancora chiare le dimensioni di questa vittoria. Il rapporto ci costa un bel po' di lavoro, soprattutto perché deve seguire una traccia definita e deve essere in inglese. Appena terminato, in un gruppetto andiamo a Ramallah per consegnarlo. Il check-point di Qalandiya mi inquieta ancora una volta, ma, noto, un po' meno dell'altra volta: è proprio vero che ci si può abituare a tutto! Quando arriviamo nella piazza centrale la troviamo piena zeppa di una folla spessa di militanti e sostenitori di Hamas che stanno concentrandosi lì per dar vita a un corteo. La grande immagine di Arafat che dall'alto vegliava sulla piazza non c'è più e il monumento con i leoni da giallo si è fatto verde. Il problema è che dobbiamo necessariamente attraversare la piazza e ci tuffiamo nel mare della folla. Come sempre succede in questi casi, dopo un po' perdiamo il contatto e mi ritrovo solo con Alessandra e Giulia, tra questi corpi fitti che sbandano e si muovono come onde. Giulia non se ne cura, scatta delle fotografie mentre tanti occhi guardano la sua figura allampanata dai capelli violacei. Continuiamo ad avanzare. L'impresa, già difficile di per sé, diventa drammatica quando una jeep della polizia palestinese si infila nel corteo per attraversarlo. Ulteriore compressione e ulteriore sbandamento davanti ai kalashnicov dei soldati, ma finalmente sbuchiamo dall'altra parte dove c'è uno spezzone del corteo di sole donne, sembrano inquadrate militarmente, che gridano slogan con le braccia alzate. Si respira. Arriviamo alla sede dell'UNDPI e scopriamo di essere gli ultimi a presentare il rapporto , ma quando diciamo loro che alcuni del nostro gruppo hanno svolto il loro lavoro a Gaza se ne fanno una ragione. Cominciano a circolare dei numeri che danno 74 seggi a Hamas e 46 a Fatah, maggioranza assoluta, dunque. Vediamo alla televisione la brutta faccia di Bush. C'è la proposta di andare al Media Center dove verrà data lettura dei risultati ufficiali. Pare che anche là ci sia una folla incredibile e declino l'invito perchè non me la sento di vivere un'altra compressione come quella del pomeriggio.
La sera ci troviamo a discutere in albergo. Roberto è affranto: non so bene da quanti anni frequenti la Palestina e gli esponenti di Fatah, forse da quegli anni lontani in cui Mario Capanna, il leader degli studenti milanesi, fu ricevuto da Arafat, ma allo stesso tempo è molto obiettivo. La crisi di Fatah, ci racconta, è cominciata con il ritorno in Palestina del gruppo dirigente che, dopo la cacciata dal Libano nei primi anni '80, si era rifugiato a Tunisi . Durante il loro esilio, in Palestina era cresciuta una nuova leva di militanti di Al Fatah, molto legati al territorio e al popolo palestinese. Quando il gruppo dirigente rientrò, la dialettica tra "esterni" e "interni" si risolse a favore dei primi, che occuparono tutti i posti di potere, spesso assegnati in modo nepotistico e spesso a degli incapaci, relegando in posizioni secondarie chi aveva costruito un vero rapporto di massa. Questo processo, negli anni, ha sempre di più indebolito il consenso a Fatah e ha aperto la strada a Hamas, che è un'organizzazione del tutto "interna", molto radicata e con tanti soldi che ha impegnato per attività sociali. Attraverso queste attività e con la sua posizione di duro rifiuto di ogni trattativa con Israele ha allargato mano a mano il suo consenso fino ai risultati di oggi. D'altra parte ogni persona di buon senso che si chiedesse che cosa hanno ottenuto i Palestinesi dagli accordi di Oslo non potrebbe che rispondere: nulla e, dunque, perché trattare se Israele non cambia posizione?
 
 

27.01.2006

Incontriamo i pacifisti israeliani dell'Alternative Center. La loro sede a Gerusalemme ha la tipica atmosfera di tutte le sedi militanti del mondo, credo: tanta carta, tanti libri e un bello spazio per la discussione. Sul voto sottolineano prima di tutto che si è svolto in modo ineccepibile, Israele non lo ha boicottato più di tanto e ha votato il 77,3% degli aventi diritto . Ciò significa che Israele non è l'unico stato del Medio Oriente in cui si svolgono libere elezioni, ma c'è anche la Palestina. Questo fatto non è indifferente, perché questi processi democratici non sono particolarmente apprezzati negli altri Paesi arabi che, pur essendo sostenuti fortemente dall'Occidente, non consentono la libera espressione del voto anche quando formalmente indicono elezioni.
La seconda questione sta nei numeri. Nella quota proporzionale la distanza tra Hamas e Fatah è di solo 5 punti, mentre Hamas ha conquistato tantissimi collegi maggioritari perché si è presentata compatta e non frammentata in diverse candidature, come invece ha fatto Fatah. Sono inoltre state elette complessivamente 12 donne, anche in Hamas. Il successo di Hamas, secondo loro, è dovuto a tre fattori: in primo luogo il crescere, anche in una società laica come quella palestinese, della spinta religiosa e quindi l'adesione ideologica al partito Hamas. Poi c'è il voto di protesta contro i fenomeni di malgoverno e di corruzione di Fatah e, infine, l'esasperazione per i tanti problemi sociali che in questi anni la maggioranza di governo non ha affrontato. Secondo i nostri interlocutori, comunque, Hamas non è in grado, ora, di modificare le leggi in modo da spingere la società palestinese verso una progressiva "islamizzazione" che ne metta in discussione le conquiste civili, perché l'impronta laica è ancora forte, specie nelle città, e la società palestinese non è pronta per questo salto.
Sul piano internazionale, è evidente che il cosiddetto "processo di pace" è stato sepolto da questo voto. In realtà non era nemmeno mai iniziato in quanto la posizione di Israele è sempre stata quella dell'unilateralismo, della volontà di non riconoscere alcun ruolo al proprio interlocutore. D'altra parte, nel momento stesso in cui Israele decidesse seriamente di aprire una trattativa, ciò non potrebbe che avvenire sulla base del diritto internazionale, vale a dire dalle risoluzioni ONU basate sul principio "due popoli, due stati" e sul ripristino dei confini del 1967. E questo non è semplice per Israele: meglio nessuna trattativa, meglio atti unilaterali, come lo sgombero dei coloni da Gaza e altri che forse seguiranno.
La vittoria di Hamas certifica questa fine del "processo di pace" che del resto ha costantemente combattuto. D'altra parte la politica di Sharon in questi anni ha avuto come obiettivo la distruzione dell'ANP, creando mille difficoltà e soprattutto non consentendo che ottenesse alcun risultato, e questo ha contribuito al rafforzamento di Hamas.
Il voto potrebbe innescare un importante processo di ricostruzione dell'unità nazionale in Palestina, come pare essere l'obiettivo del Presidente . Paradossalmente l'esito di queste elezioni gli dà una carta in più, infatti se Abu Mazen, con Fatah vincente, avesse offerto qualche sorta di collaborazione con Hamas, sarebbe stato accusato di aprire a una formazione estremista, mentre ora accade il contrario. In più questo possibile appello ha qualche probabilità di essere accolto da Hamas perché questo partito non dispone di quadri e dirigenti all'altezza delle difficoltà che il governo Palestinese si troverà di fronte sia sul piano interno che internazionale.
Così questo risultato elettorale non potrà non avere importanti ricadute sulle elezioni israeliane di marzo . Lo sforzo fatto dal Labur e da Perez per riportare al centro dell'attenzione la questione sociale (in Israele il 25% della popolazione vive nei pressi della soglia di povertà) che sembrava portare aria nuova nel dibattito politico subisce una battuta d'arresto e probabilmente l'elettorato premierà la continuità rappresentata da Kadima.
Nel pomeriggio due ragazze del movimento pacifista ci portano a visitare il muro che sbarra la strada che va da Gerusalemme a Gerico. Queste visite fanno parte della loro attività militante; ci raccontano che in Israele non tutti sanno del muro, molti non l'hanno nemmeno mai visto, così loro cercano di farlo vedere a quanta più gente possibile. È una pratica intelligente perché è davvero sufficiente osservarlo da vicino per coglierne in pieno la carica di violenza, di esclusione e la prefigurazione di un vero e proprio sistema di apartheid che porta con sé.
 
 

28.01.2006

Oggi siamo a Nablus, nel nord, la romana Neapolis. Qui manca il golfo, ma non le montagne che la circondano da ogni parte. L'ingresso in città con il pullman è piuttosto laborioso perché i militari ci controllano in lungo e in largo. Nella sede del sindacato incontriamo una candidata non eletta del Fronte Democratico con la quale continuiamo le valutazioni del voto. È stata in esilio per molti anni, a causa della sua militanza politica e sorridendo ci dice che quando se ne è dovuta andare dalla Palestina era poco più che una ragazzina e quando è tornata era già nonna. Ci parla della debolezza della sinistra palestinese che vive, disgrazia comune, una frammentazione improduttiva. Spera che queste elezioni servano per ricostruire l'unità del popolo palestinese e, a suo avviso, Hamas farà un governo aperto ad altre componenti, riservando a sé le questioni sociali (scuola, sanità, assistenza) che potranno, se ben gestite, allargare ancora di più la sua presa sulla società palestinese. Anche secondo lei non ci sono le condizioni perché Hamas forzi sul piano dei costumi basandosi sull'ideologia religiosa. Staremo a vedere.
Mentre stiamo parlando si sentono colpi di armi da fuoco, "è un'esercitazione" ci dicono, ma sapremo più tardi dalla televisione che a Nablus c'è stata una manifestazione di militanti di Al Fatah , che non pare siano così disposti ad accettare il responso delle urne.
Il bazar è molto bello, ricco, pieno di spezie profumate e di tutto quello che può servire. Gli odori di questi mercati sono così diversi dal puzzo di gas e di morte delle nostre città!
L'uscita da Nablus è ancora più complicata dell'entrata: la fila è lunga e accanto alle auto, dalla parte del guidatore, in mezzo alla strada, ci sono molti banchetti che offrono cibo e bevande calde. A un banchetto c'è un bambino che vende il caffè. Avrà sette o otto anni, magro come eravamo magri noi, nati negli anni Cinquanta, alla stessa età. Salta su e giù dal blocco di cemento in mezzo alla strada per arrivare all'altezza dei finestrini. Ha occhi neri e grandi che sorridono con tutta la forza che ha quell'età. Le donne sul pullman sono conquistate e le ordinazioni fioccano. Quando sale sul pullman con i caffè, è l'immagine della dignità, dell'energia e della speranza che animano questo popolo. La scena cambia quando salgono i militari israeliani con il mitra in spalla e ci squadrano con sguardi ai raggi-X, anche se sono formalmente impeccabili.
È l'ultima sera prima della partenza e incontriamo Zvi Shuldiner, docente universitario in Israele e animatore del movimento pacifista, oltre che corrispondente per "il manifesto" . A suo avviso la cosa più importante, a breve, è che non scoppi una guerra civile tra Fatah e Hamas, perché questo trascinerebbe tutti nel baratro. Altrettanto importante è che a nessuno, Europa e USA, venga in mente di tagliare i fondi all'ANP perché se non fosse più possibile pagare gli stipendi dei suoi circa 200 mila dipendenti, tra cui ci sono circa 50 mila militari, la situazione precipiterebbe in breve tempo. La vittoria di Hamas è stata inaspettata, soprattutto per le proporzioni che ha assunto, ma pensa che all'interno dell'organizzazione, se non ci saranno prese di posizione internazionali tendenti a isolarla, prevarrà l'ala pragmatica e meno ideologica. Se in Occidente e in Israele si favorirà questo processo, si potrebbero aprire nuovi orizzonti per entrambi i popoli, che danno segni di stanchezza per una situazione davvero dura da sostenere quotidianamente.
 
 

29.01.2006

La spianata delle moschee di mattina presto . C'è silenzio e poca gente, la città sembra lontana. Tra le due moschee, una splendida con il suo rivestimento di maioliche blu, gialle e verdi e la cupola d'oro, l'altra più sobria nella consapevolezza della sua importanza mistica, dall'altra parte della valle sale il monte degli Ulivi. Ai suoi piedi c'è il Getsemani e una bellissima chiesa ortodossa con torri che terminano, come il Cremino, con forme fiammate tinte d'oro. Camminiamo sulle pietre ben connesse. Questo luogo offre la mistica del silenzio, sono le pietre che parlano.
 

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