Città di Rho


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La Partenza da Milano e i primi incontri

Venerdi 19 gennaio

C'è un'aria strana alla Malpensa: sono le 19, ci stiamo imbarcando e ci sono 21 gradi. Il fön soffia e ci diciamo, per scaramanzia, che con la sua spinta da nord arriveremo prima in Africa. Sono quattro ore che aspettiamo e così abbiamo cominciato un discorso che sappiamo ci accompagnerà per un'intera settimana. Ho ritrovato Anna, assessora alla Provincia di Cremona, Paolo e l'assessore della provincia di Gorizia e poi il nucleo d'acciaio della segreteria di "Pace in Comune", Felice Cagliani da Sesto e Luciano Ghirardello di Pax Christi. Quando l'aereo si stacca dalla pista è già notte e sotto di noi si stende il tappeto di luci del nord Milano: non ci sono quasi più aree buie, la città infinita occupa quasi tutti gli spazi. Colgo il bivio dell'autostrada a Lainate, ne seguo con lo sguardo il tracciato e individuo Rho e le luci nell'ampio spazio della fiera. In un attimo siamo a Roma, dove salgono altri compagni e amici della Tavola della Pace. L'aereo è pieno e i passeggeri si dividono in due categorie: i pericolosi no-global che vanno al WSF e i pericolosissimi "vacanzieri" diretti alle spiagge di Malindi. Tra un pisolo e l'altro guardo giù dal finestrino: buio pesto; potrebbe essere il Mediterraneo, ma d'un tratto vedo dei fuochi enormi accesi per scacciare il freddo della notte del Sahara.
 
Grattacieli nel centro di Nairobi
Grattacieli nel centro di Nairobi

Sabato 20 gennaio

Atterriamo alle 3,30 ma riusciamo a salire sui bus che ci aspettano fuori dall'aeroporto Jomo Kenyatta solo verso le 6, dopo la via crucis dei visti d'ingresso e del ritiro bagagli. Abbiamo perso Luciano, impegnato nella ricerca disperata di dollari per pagarsi il visto d'ingresso. Siamo preoccupati, ma confidiamo che l'organizzazione riesca a riconsegnarcelo vivo e sorridente. I due bus "Simba wa Yuda" gialli e rossi sono stipati all'inverosimile di persone e bagagli, ma non riescono a districarsi dal reticolo di sensi unici che circonda l'aeroporto. Al quarto giro completo, sarà Flavio Lotti, il direttore della Tavola della Pace, a indicare la via all'autista, un sik nerissimo con un turbante bianchissimo. La piana dell'aeroporto è sconfinata: lontano nel parco si intravedono i lunghi colli delle giraffe. La strada asfaltata, che corre diritta, è affiancata da larghi sentieri in terra battuta, rossa come quella dei campi da tennis, su cui camminano in un senso e nell'altro centinaia di persone. È una cosa strana, impensabile da noi, e scoprirò che non è affatto un'eccezione: a tutte le ore del giorno, in ogni direzione verso cui ci siamo mossi, abbiamo sempre visto questa umanità in marcia. Nel centro di Nairobi, dove abbiamo l'albergo, sorgono grattacieli altissimi e isolati: gli spazi sono enormi e il traffico caotico. Il tempo di trovare la stanza e mollare i bagagli e siamo di nuovo in autobus per andare al concentramento per la manifestazione che apre il Forum. D'un tratto il bus si blocca perché è la manifestazione che ha trovato noi. Scendiamo e ci infiliamo nel corteo attratti da due cammelli che con l'eleganza del loro passo guidano una folta rappresentanza del popolo Sarawi. Il corteo è partito da Kibera, uno degli slum di Nairobi, e padre Kizito, un comboniano di Lecco che vive a Nairobi dove da anni si dedica anima e corpo ai bambini di strada, è contento perché è la prima volta che questa edizione della manifestazione si sta svolgendo senza episodi di violenza, com'era sempre successo in passato. C'è una grande allegria in queste facce, musica e passi di danza; penso ai nostri cortei così grigi, silenziosi e ben educati. Quando arriviamo all'Uhuru park, al centro della città, il casino è massimo: sul palco c'è un rapper che alterna messaggi di benvenuto, slogan "Another world is possible! Dunia mbadala yawezekana! Un altro mondo è possibile!" e musica a manetta. Saliamo sul fianco della collinetta che fa da anfiteatro rispetto al palco in basso e ci mettiamo a guardare. Sfilano i sudanesi vestiti di bianco e col turbante bianco, gli indiani in verde, i brasiliani e i tanti, ma tanti africani. Alla base della collina è piantata, su un'asta altissima, una bandiera rossa con una stella gialla al centro: ci sono anche i vietnamiti!
Il sole gagliardo ci caccia alla ricerca dell'ombra che condividiamo con ragazzi di Nairobi che osservano tutto senza dire parola. Torniamo in albergo disfatti, giusto in tempo per partecipare alla prima riunione della delegazione italiana.
 
Il Kasarani - complesso sportivo di Nairobi
Il Kasarani - complesso sportivo di Nairobi

Domenica 21 gennaio

Con Anna decidiamo di andare al Kasarani, il complesso sportivo di Nairobi, dove si svolgeranno le attività del forum. Memore dell'esperienza di Porto Alegre, so che è indispensabile impossessarsi il prima possibile del programma del Forum per approfittare della straordinaria occasione di incontro e di comunicazione rappresentata dai seminari che vi si tengono. Sono previsti oltre un migliaio di incontri, tra domenica e mercoledì, sui tanti temi che stanno a cuore a questo straordinario movimento mondiale: l'acqua, la terra, le energie, i migranti, la povertà, la cooperazione, la pace e la guerra, la dignità delle donne e le lotte anti-imperialiste contro un capitalismo che distrugge vite e risorse, la democrazia, la partecipazione e tanto, tanto altro. Il Kasarani è fuori Nairobi ed è costituito da un enorme stadio di calcio, una piscina olimpionica e un grande palazzetto dello sport. Mi dicono che viene utilizzato sì e no una decina di volte all'anno, solo per le competizioni internazionali. Del resto, la gran parte dei 5/6 milioni di abitanti di Nairobi non potrebbe nemmeno pagarselo il biglietto d'accesso allo stadio. La struttura è circondata da un ampio anello asfaltato che, nella sua parte più esterna, è occupato da una serie ininterrotta di stand delle più diverse organizzazioni, dalla CGT ai vietnamiti alla Sinistra Europea, dalle cooperative di donne africane ai contadini indiani, agli artigiani Masai.
I lavori di allestimento degli stand fervono e noi siamo sempre alla ricerca del programma mentre incrociamo piccoli cortei che sfilano gridando slogan negli stili più diversi e così caratteristici per ogni Paese. Un gruppo di ragazzi Masai, vestiti con stoffe dai colori straordinari, improvvisa una danza sul ritmo di tamburi. Invitano chi c'è a ballare, ma i pochi europei che ci provano sembrano marionette rotte rispetto alla grazia e all'armonia dei movimenti di questi ragazzi. Uno di loro, bravissimo, è albino e fa una strana impressione.
Riusciamo a trovare un programma solo verso le due, giusto in tempo per prendere il "Simba" che ci porta nella casa di accoglienza di Padre Kizito. È un ragazzo che ci racconta la sua storia. Non ha ricordi dei suoi genitori, fin da piccolo è vissuto nella strada con bambini della sua età. La paura della notte e della violenza dei grandi la combattevano insieme. Mille invenzioni per mangiare e per scaldarsi di notte. La sera, come nei villaggi di un tempo, si raccontavano le loro avventure. È difficile abbandonare quella vita terribile, ma che al contempo ha il fascino di una tremenda libertà. C'è voluto qualcuno che l'ha seguito e aiutato quando se ne stava nascosto in un cespuglio, tremando, dopo essere scampato al bastone del poliziotto che lo inseguiva perché aveva rubato una catenina d'oro: l'avrebbe ammazzato di botte se l'avesse preso. Adesso fa l'educatore e va all'università, ma nelle notti del fine settimana lavora negli slum per cercare di conquistarsi la fiducia di altri ragazzini che, come fu per lui, si giocano ogni giorno la vita per sopravvivere.
I bambini della casa vanno a scuola e sono affidati a delle coppie sposate che li crescono assieme ai loro figli con il sostegno dei comboniani. In nostro onore mettono in scena uno spettacolino di mimo e destrezza. Li guardo e non posso non confrontare l'esperienza dei loro sette/otto anni di vita con quella dei nostri figli.
La sera siamo alla Shalom House, il centro messo in piedi dai comboniani che opera come una vera e propria casa della pace per i gruppi e le associazioni che vi si rivolgono. Viene proiettato un servizio di Rai3 che racconta la storia di un bambino keniano, Mzee Brian Omondi, che l'anno scorso partecipò allo Zecchino d'oro. Vive in una casa d'accoglienza a Kivuli e il testo della canzone, che dice "Da grande voglio fare il Presidente per migliorare la vita di tutti", l'ha composto un suo compagno più grande. È stato a Bologna e il suo giudizio su quella città, che pure gli è piaciuta, è che "ci sono troppe case vecchie".
 
 
 
 

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