I giorni al WSF - da lunedì 22 a mercoledì 24 gennaio

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L'Assessore Rossetti e Marian Ismail
Lunedì 22 gennaio
Sul "Simba" che ci porta al Kasarani parlo con Riccardo Petrella. La democrazia non c'è più, mi dice. Sono le sei società di rating più importanti del mondo a detenere il potere di valutare i governi, non più i parlamenti e tanto meno i popoli. Sono sufficienti degli accordi commerciali come quelli che si stanno discutendo a Bruxelles, al di fuori di ogni controllo e confronto democratico e che prevedono l'abbattimento delle barriere doganali tra l'Africa e l'Europa, a mandare in rovina decine di milioni di contadini africani che non avranno altra scelta se non quella di abbandonare le campagne e tentare la sorte in queste città spaventose. D'altra parte, la classe dirigente di questi Paesi non si cura del popolo, perché le interessa solamente incrementare il proprio potere e la propria ricchezza.
Al Kasarani si tiene il primo workshop della Tavola della Pace.
Un professore dell'università di Kigali propone questa tesi: mentre la cultura occidentale si è sviluppata distinguendo tra soggetto e oggetto e considerando quest'ultimo come un'entità passiva che può essere modificata dall'azione dell'uomo, la cultura africana mette in primo luogo la relazione tra i soggetti. Le due culture sono complementari e devono incontrarsi, se vogliamo vivere tutti meglio.
In serata si svolge il secondo incontro della delegazione italiana alla presenza del vice-ministro degli esteri Patrizia Sentinelli e dell'inviato governativo italiano per Somalia.
Questo è un personaggio di lungo corso, conosce molto bene l'Africa e ci tiene a dire che le Corti Islamiche somale sono un movimento con un vasto seguito popolare in cui sicuramente è presente anche una componente integralista, ma con un peso molto meno rilevante di quello che le viene assegnato dal sistema dell'informazione occidentale. Mi viene in mente come fu rappresentata sui nostri media, giusto lo scorso anno di questi tempi, la vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina. Sempre e ovunque la pubblica opinione viene condotta a interpretare tutto ciò che avviene in mondi che non conosce come "scontro di civiltà".
Interviene anche Marian Ismail, la presidente del Consiglio dei migranti di Rho, parla del suo lavoro con la diaspora somala e lancia la proposta di un incontro delle donne somale che vivono lontano dalla loro terra e di quelle che, in Somalia, ne hanno abbastanza della logica maschile che ha portato ad anni e anni di guerra distruttiva per un Paese già così povero.
Martedì 23 gennaio
È la giornata del FAL, il forum delle autorità locali che si svolgerà nella sala convegni di un albergo fuori dalla città, sulla strada per il Kasarani. Ci andiamo con uno di quei taxi inglesi grandi e neri che si vedono nei film di Hitchcock, un taxi che deve aver corso per le strade della swinging London degli anni '60.
Ho una certa attesa per questo incontro: nel 2003 a Porto Alegre era stato molto interessante, incentrato com'era sull'esame e la comunicazione delle esperienze di democrazia partecipata nella vita di molte città dal mondo. Era durato tre giorni e aveva visto la presenza attiva, oltre che di sindaci provenienti un po' da tutto il mondo, anche del ministro per la partecipazione del primo Governo Lula, allora insediatosi da poche settimane. Qui la presidenza mi pare molto meno autorevole. È il sindaco di Nairobi ad aprire i lavori: parla sì e no per due minuti, non va oltre un formale benvenuto e conclude con un "divertitevi perché il Kenya è molto bello". L'applauso è freddino, accompagnato da qualche commento pesante quando, subito dopo aver detto le sue cose, il primo cittadino di Nairobi abbandona il forum.
Il sindaco di Nairobi, scoprirò qualche giorno dopo, non viene eletto dai suoi concittadini, ma la sua nomina segue un percorso molto più intricato che fa sì che la sua sia una figura molto più simile a quella di un fiduciario governativo che a quella di un eletto dal popolo. Forse sta qui l'origine del suo disinteresse. O forse nel fatto che le classi dirigenti di questo Paese rispondono più ai potentati internazionali che non al loro popolo.
Sono molti gli interventi di grande interesse, come il racconto che una giovane eletta fa della costruzione della rete del potere locale in Mozambico, un'assoluta novità per quel Paese. Accanto alle nuove autorità elettive, le autonomie locali del suo paese prevedono la presenza delle autorità tradizionali che, collaborando con quelle, ne rafforzano l'autorevolezza. La discussione si incentra sulla cooperazione decentrata, vale a dire sulle collaborazioni dirette tra città e città, tra territorio e territorio, un tipo di collaborazione che è per sua natura diversa di quella che può essere promossa direttamente dagli Stati.
Ne emerge un quadro critico rispetto a un modo di operare che privilegia le grandi ONG piuttosto che i rapporti con i governi locali. Se il progetto di cooperazione viene affidato alle ONG per la sua realizzazione e queste operano senza stabilire un rapporto stretto con le amministrazioni locali del territorio in cui il progetto si sviluppa, è evidente che le autorità locali saranno de-legittimate.
Risulterà infatti che il governo locale è incapace di realizzare un progetto che invece la ONG ha portato a termine. Questo non fa bene alla democrazia, al contrario la depotenzia, perché non si impegna a rafforzarne le istituzioni che, per quanto imperfette, rappresentano in qualche modo le popolazioni locali. La cooperazione decentrata, insomma, oltre che a realizzare progetti si deve porre l'obiettivo di suscitare e favorire la partecipazione democratica delle comunità locali, perciò deve essere "politica" e non essere solo dono e solidarietà. D'altra parte, sottolinea un amministratore senegalese, il "dono" proveniente dal primo mondo viene spesso utilizzato dalla classe dirigente per arricchirsi e costruirsi un potere personale.
Su questa Africa povera, però, bisogna pur dire qualche cosa: fino a tutti gli anni '60 questo immenso continente era auto-sufficiente dal punto di vista alimentare. Se adesso non è più così è perché la politica commerciale dell'Occidente e delle sue grandi imprese l'ha rapinato delle sue ricchezze, ha rovinato i milioni di contadini che praticavano un'economia di sussistenza e di soddisfacimento dei bisogni del mercato locale mettendoli di fronte alla spaventosa potenza del mercato globale. L'unico scampo per quei contadini è stato, ed è ancora, quello di riversarsi in queste enormi città e sperare di raccogliere qualche briciola che cada dalla tavola dei ricchi.
Nel tardo pomeriggio viene prodotto il documento finale di questo FAL che si conclude in serata.
Siamo provati nel corpo e nello spirito dopo una giornata passata in un salone sotterraneo con l'aria condizionata a manetta. L'Assessora di Cremona ha la febbre.

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Ragazzi degli slum
Mercoledi 24 gennaio
E il popolo? Il popolo di Nairobi che ne sa di questo WSF? Ce lo siamo chiesto in questi giorni e oggi cominciamo ad avere qualche risposta: c'è stata una contestazione perché alcune associazioni di Nairobi hanno criticato il WSF perché non sono state coinvolte nell'organizzazione dell'evento, non hanno potuto partecipare ai seminari e così non hanno potuto far sentire la loro voce. Anche i Comboniani hanno protestato perché per i ragazzi degli slum la partecipazione al forum è impossibile, sia per il numero ridotto di passi riservati a loro, sia per il costo dell'acqua e del cibo che, poco più di niente per un occidentale, è per loro inarrivabile. Comunque questa mattina devono essere riusciti a entrare in parecchi perché si vedono passare cortei folti di ragazzi degli slum. Più tardi verrò a sapere, con vero piacere, che quei ragazzi per mangiare hanno spazzolato e smontato il tendone dove c'era l'unico ristorante di tutto il Kasarani, di proprietà, guarda un po', di un ministro del governo keniano. Questi fatti fanno vedere come ci sia un'attesa diffusa verso il WSF, come questo evento sia stato vissuto come una grande occasione per farsi vedere e, ancora di più, per prendere la parola direttamente, senza che qualcuno che si arroghi il diritto di parlare in tuo nome. Mi raccontano di un ragazzo che in questi giorni è venuto al Kasarani a piedi (3 km all'andata e 3 km al ritorno) per parlare, ma per lui non c'è stato spazio nell'ordine dei lavori. Tutto questo emerge con forza nella conferenza stampa della delegazione italiana al Kasarani, anche con qualche attrito. In particolare Alex Zanotelli invita con forza alla coerenza: se si dice di essere per la pace non si può accettare in nessun modo che Vicenza diventi, ancora di più di quanto è ora, la punta avanzata da cui fare partire attacchi militari verso il sud del mondo. E poi rincara la dose sulla prossima Perugia-Assisi: che non si presentino con i loro gonfaloni gli enti locali che hanno privatizzato l'acqua, bene comune dell'umanità!
La manifestazione finale del forum è una grande festa: siamo in migliaia sotto una tenda enorme. Nel percorso di avvicinamento a zig-zag tra la folla verso quello che sembra il punto focale dell'assemblea, capitiamo in un gruppo di suore missionarie. Una suora di Lecco, in Kenya da 35 anni, mi racconta con una semplicità disarmante la sua esperienza di vita nel nord del Kenya, dove non va nessuno per la durezza delle condizioni di vita. Lei ha visto questo Paese impoverirsi progressivamente, forse ora qualcosa sta cambiando. Mi colpisce la sua straordinaria fermezza: senza che me lo dica, so che lei sarà là a fare ciò che deve qualunque cosa accada. Intanto hanno cominciato a parlare al microfono. Niente a che fare con i misurati discorsi ufficiali, cautelosi e bizantini cui siamo abituati. Il microfono è saldamente nelle mani di un rasta africano che parla come un rapper; gli oratori si concentrano su brevi slogan, ciascuno con il suo stile: dal vecchio e caro "El pueblo unido jamas serà vencido!", al bellissimo "Another world is possibile!" a una vera e propria canzone sudafricana intonata da una ragazza, dinamite pura, del forum africano per l'acqua che racconta di come sia lei che sua madre siano socialiste. La canzone trascina tutti a muoversi e a battere le mani a tempo, anche le suore. Laconicamente Anna osserva: "Chissà se le vedesse il Pastore Tedesco!".