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La marcia a Korogocho e gli ultimi giorni a Nairobi

Bambini delle scuole elementari di Korogocho salutano i partecipanti alla marcia
Bambini delle scuole elementari di Korogocho salutano i partecipanti alla marcia

Giovedì 25 gennaio

Questa marcia di 15 chilometri da Korogocho, il grande slum, all'Uhuru park, il parco al centro di Nairobi, non la dimenticherò mai più. D'un tratto, sullo stradone col traffico bloccato, nel silenzio si sente solo il rumore dei piedi sull'asfalto, delle scarpe, delle ciabatte di gomma. Mi è sembrato improvvisamente di essere parte di un unico, enorme animale in cammino, un animale dai mille piedi, dai mille occhi e dai mille colori di pelle. "Il rumore dei passi dei poveri vi terrà svegli", dice Zanotelli: ecco adesso so qual è il rumore dei passi dei poveri. I bambini delle scuole elementari, serrati con le loro divise colorate dietro le reti di cinta, ci salutano all'infinito cantando in coro: "How are you!", ma anche i piccoli dello slum che attraversiamo ci gridano così. È una festa, ma Salvatore mi gela: "Vedi quei bambini? Sono sette. Statisticamente quattro hanno l'AIDS". Salvatore si getta sui bambini con le braccia spalancate, come fosse un aeroplano. Scappano ridendo, ma veramente un po' impauriti. Nello spiazzo di Korogocho, in attesa che la marcia si metta in movimento, qualcuno ciondola inalando colla. È incredibile come anche qui la convivenza umana riesca a strutturarsi attraverso leggi non scritte che rendono possibile la vita in queste condizioni spaventose. Anche in questo posto ci sono i più "agiati" che vivono verso la strada, poi quelli del centro e i più disperati che vivono in basso, ai piedi dell'enorme discarica di rifiuti. È proprio da lì che vengono i "beni" che alimentano un'economia di scambio molto attiva tra gli abitanti dello slum e, forse, tra loro e l'esterno. Sembrerebbe incredibile, ma chi abita qui, paga l'affitto e paga anche l'acqua perché non c'è alcun acquedotto pubblico. Ci sono degli "imprenditori" che stanno seduti davanti al bidone e vendono l'acqua a un prezzo accettabile per il mercato di qui.
 
Marcia nello slum di Korogocho
Marcia nello slum di Korogocho
L'aria è irrespirabile: c'è il fumo acre delle immondizie che bruciano e della carbonella con cui cucinano, la polvere continua e un pesante tanfo di fogna-che-non-c'è. Sembra che nessuno se ne curi, impegnati come sono nei mille traffici delle bancarelle di un mercato incredibile, fatto di taniche di gomma recuperate, di contenitori di vetro o di latta, di quattro frutti e di uova fresche prodotte dalle galline della stia posta sotto il banco. Non incrocio nessuno che abbia l'aspetto di un cinquantenne, sono tutti molto giovani. Un bambino male in arnese di sette-otto anni mi è venuto davanti, m'ha guardato negli occhi e m'ha detto "I have nothing". La nuda vita, la sopravvivenza pura. Che faccio? Forse dovrei almeno toccarlo, accarezzarlo, ma resto lì incapace di fare qualunque cosa, con il groppo alla gola e una rabbia feroce. È arrivato un camion dell'esercito carico di soldati perché la gente qui è troppa, anche se è ordinatamente in fila per iscriversi alla marcia e ricevere la maglietta. D'istinto guardo per una via di fuga: non ce n'è. Per fortuna il camion è troppo grosso per entrare nel varco del muro, così i soldati se ne stanno fuori. In questo posto si sente la presenza di energie incredibili: se tanti esseri umani riescono a vivere qui, in queste condizioni, ad avere relazioni, a provare sentimenti e a coltivare affetti, come pure dev'essere, allora deve essere possibile fare tutto. Passiamo per strade dove credo mai nessun bianco sia passato a piedi, passiamo in un quartiere arabo con bancarelle e negozi ben tenuti e forniti che si affacciano su una strada che è una fogna aperta, la attraversiamo saltando sui sassi. Incrociamo una donna somala che porta il suo bambino sull'anca e sembra una regina. I volontari dell'organizzazione ci timbrano le mani e i vestiti, tutti contenti e ci offrono acqua e zucchero; sono piazzati nei punti di svolta del percorso e ci indirizzano in questa sterminata periferia senza punti di riferimento. Dicono sempre che mancano un paio di chilometri, ma la strada è ancora lunga sotto un sole che brucia. Chiacchiero con Ombase, una ragazza di qui che sembra così giovane, ma che ha già una figlia e un marito che l'ha lasciata. La scuola primaria, mi dice è pubblica, ma se non hai i soldi per comperarti la divisa, i libri e (incredibile!) il banco, non ci puoi andare. Lei ha fatto anche le superiori, ma da cinque anni non riesce a trovare un lavoro. Tira avanti con lavoretti e l'aiuto dei suoi. Quando arriviamo all'Uhuru park, dopo tre ore di cammino, la festa è già cominciata: dal palco musica e discorsi. Parla anche la nostra viceministro Patrizia Santinelli, tradotta approssimativamente da un fighettone in sahariana bianca che sembra uscito da un romanzo di Graham Green: è il nostro ambasciatore in Kenia! La Santinelli parla di lotta alla povertà, giustizia sociale, remissione del debito per un piano di assistenza sanitaria e di lotta all'AIDS, ma quei concetti, sentiti risuonare in bocca a un traduttore così elegante, generano un lieve senso di disagio: puha! In serata si svolge l'assemblea della delegazione italiana che dà un giudizio molto positivo del Forum: più di 60mila iscritti africani, una straordinaria occasione di incontro tra movimenti africani che, in molti casi, si sono incontrati per la prima volta in un continente immenso da cui è più facile raggiungere una capitale del primo mondo che un'altra città africana. E poi il popolo: forse è la prima volta che il WFS incontra ed è riconosciuto da così tanti diseredati della terra. Ci battiamo perché da qui parta un appello di adesione alla manifestazione contro l'ampliamento della base militare americana di Vicenza; sono molti ad essere d'accordo, ma non se ne farà niente perché la delegazione non è un soggetto che può prendere una tale decisione. Vabbè!
 
Amici del WSF
Amici del WSF
In questo posto si sente la presenza di energie incredibili: se tanti esseri umani riescono a vivere qui, in queste condizioni, ad avere relazioni, a provare sentimenti e a coltivare affetti, come pure dev'essere, allora deve essere possibile fare tutto. Passiamo per strade dove credo mai nessun bianco sia passato a piedi, passiamo in un quartiere arabo con bancarelle e negozi ben tenuti e forniti che si affacciano su una strada che è una fogna aperta, la attraversiamo saltando sui sassi. Incrociamo una donna somala che porta il suo bambino sull'anca e sembra una regina. I volontari dell'organizzazione ci timbrano le mani e i vestiti, tutti contenti e ci offrono acqua e zucchero; sono piazzati nei punti di svolta del percorso e ci indirizzano in questa sterminata periferia senza punti di riferimento. Dicono sempre che mancano un paio di chilometri, ma la strada è ancora lunga sotto un sole che brucia. Chiacchiero con Ombase, una ragazza di qui che sembra così giovane, ma che ha già una figlia e un marito che l'ha lasciata. La scuola primaria, mi dice è pubblica, ma se non hai i soldi per comperarti la divisa, i libri e (incredibile!) il banco, non ci puoi andare. Lei ha fatto anche le superiori, ma da cinque anni non riesce a trovare un lavoro. Tira avanti con lavoretti e l'aiuto dei suoi. Quando arriviamo all'Uhuru park, dopo tre ore di cammino, la festa è già cominciata: dal palco musica e discorsi. Parla anche la nostra viceministro Patrizia Santinelli, tradotta approssimativamente da un fighettone in sahariana bianca che sembra uscito da un romanzo di Graham Green: è il nostro ambasciatore in Kenia! La Santinelli parla di lotta alla povertà, giustizia sociale, remissione del debito per un piano di assistenza sanitaria e di lotta all'AIDS, ma quei concetti, sentiti risuonare in bocca a un traduttore così elegante, generano un lieve senso di disagio: puha! In serata si svolge l'assemblea della delegazione italiana che dà un giudizio molto positivo del Forum: più di 60mila iscritti africani, una straordinaria occasione di incontro tra movimenti africani che, in molti casi, si sono incontrati per la prima volta in un continente immenso da cui è più facile raggiungere una capitale del primo mondo che un'altra città africana. E poi il popolo: forse è la prima volta che il WFS incontra ed è riconosciuto da così tanti diseredati della terra. Ci battiamo perché da qui parta un appello di adesione alla manifestazione contro l'ampliamento della base militare americana di Vicenza; sono molti ad essere d'accordo, ma non se ne farà niente perché la delegazione non è un soggetto che può prendere una tale decisione. Vabbè!
 
Le Ngon Hills
Le Ngon Hills

Venerdi 26 gennaio

Oggi facciamo i turisti. Felice e Luciano si sono alzati alle 5 per andare a vedere gli animali, mentre io, con un altro gruppo, andrò alle Ngong Hills, le colline di cui parla Karen Blixen nel suo romanzo sull'Africa. Il paesaggio è incantevole, siamo a 2.500 metri d'altezza e sembra di essere sulle nostre prealpi. La schiena collinosa si alza come uno spartiacque: da una parte, a est, scende dolcemente verso Nairobi in un paesaggio verdissimo, mentre dal lato opposto precipita verso una savana immensa in cui sono minimi i segni dell'uomo, solo qualche piccolissimo villaggio. C'è un grande lago dal colore fangoso e una lunga pista di sabbia tra alberi radi. Ci scorta un ranger armato di fucile mitragliatore. Lontano i Masai conducono al pascolo le mucche. Nel pomeriggio siamo nella casa di Anita, il centro di accoglienza delle bambine raccolte dalla strada. È padre Kizito l'animatore di questa iniziativa e una signora ci spiega come funziona. Le bambine vengono accolte qui e vivono insieme a una famiglia che abita nel centro. La donna ci dice di avere due figlie sue e 12 altre figlie. Durante il giorno vanno alla scuola pubblica, poi fanno insieme delle attività e la sera parlano tra di loro e raccontano la loro giornata. Dietro ognuna di loro stanno storie terribili, di abbandono, di morte dei genitori, di violenza o di vendita a qualche commerciante di carne umana. La comunità cerca in ogni modo di restituire la bambina alla famiglia, se riesce a ritrovarla, ma a volte la povertà è tale che le madri sono contente che la figlia sia da Anita e ci stia. A volte, invece, la famiglia si lamenta perché le è stata sottratta una fonte di reddito. E questo basti.
 
Bambino Masai
Bambino Masai

Sabato 27 gennaio

Abbiamo lasciato l'aeroporto di Nairobi alle 12 e ne avremo per una decina di ore, scalo a Roma compreso. Parlo con un congolese della delegazione, ormai cittadino italiano. È molto orgoglioso e contento di questo forum africano. "L'Occidente deve smettere di proporre pacchetti per risolvere i problemi - mi dice - pacchetti per la lotta alla povertà, pacchetti per instaurare la democrazia, pacchetti per le riforme economiche. L'Africa sta trovando la sua strada, noi in occidente dobbiamo solo smetterla di imporre la nostra volontà e dobbiamo metterci a disposizione". Parole sante! "E' una battaglia che noi migranti dobbiamo fare - continua - e che forse oggi è possibile, mentre per i primi di noi che sono venuti in Europa negli anni '60 era più importante ottenere un successo personale. Comunque è chiaro che l'Africa non cambierà se non cambia, insieme, l'Occidente e noi migranti possiamo essere protagonisti di questo cambiamento". Sorvoliamo il Sahara; ora sotto di me c'è il Nilo sudanese immenso e maestoso che scorre incurante del deserto che lo pressa, con la stessa dignità e forza delle donne, degli uomini e dei bambini di questo continente.
 

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