Città di Rho

25 Aprile 2008 DISCORSO COMMEMORATIVO DEL 25 APRILE 1945

25 Aprile 2008 DISCORSO COMMEMORATIVO DEL 25 APRILE 1945

La ricorrenza del 25 Aprile, festa nazionale per la nazione italiana, ha segnato la storia del nostro Paese in modo indelebile. A distanza di 63 anni, ha ancora un valore di guida e di insegnamento per il popolo degli Italiani, per i quali deve essere un punto di riferimento anche per il futuro.

Con questo spirito di «ricerca della verità», il Sindaco di Rho, Roberto Zucchetti, ha proposto alcune riflessioni alla Città nel discorso celebrativo tenuto il 25 Aprile u. s. in Piazza San Vittore e qui di seguito riportato integralmente.

Discorso commemorativo del 25 aprile 1945

Autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni combattentistiche e partigiane, cittadini! La festa del 25 aprile non può ridursi alla semplice celebrazione di un fatto del passato: ciò che avvenne nella prima metà del secolo scorso ha segnato così profondamente il nostro passato da essere ancora, a distanza di tanti anni, guida e insegnamento per il nostro presente e il nostro futuro.

Dobbiamo partire da una serie di evidenze storiche, che il tempo trascorso permette ora di guardare con maggiore serenità e oggettività.

Ci fu una dittatura, il fascismo, che non fu un evento estraneo al popolo italiano, imposto da forze straniere o da una ristretta classe dominante, ma fu un fenomeno interno alla nazione, purtroppo condiviso e radicato in larghe fasce sociali, sia popolari che borghesi e aristocratiche. Contro la dittatura fascista si sviluppò una vasta resistenza, prima culturale, poi politica e solo infine armata, anch'essa radicata in larghe fasce sociali e in gruppi di diverso orientamento politico. Questa resistenza, soprattutto negli ultimi anni della guerra e nel primo dopoguerra, si intersecò con altri due fenomeni drammatici.

Il primo fenomeno fu la seconda guerra mondiale, il cui fronte attraversò gran parte del territorio italiano, guerra che fu resa ancora più drammatica dall'occupazione nazista dopo l'8 settembre del '43 e dal tentativo di costituire una nuova entità statale, la "Repubblica di Salò". Il secondo fenomeno fu lo scontro sociale interno al popolo italiano, che in molte parti d'Italia assunse i caratteri di una vera e propria guerra civile.

Due sono le date "cardine" di questo complesso e articolato periodo storico.

La prima data è il 25 aprile del 1945, data della definitiva sconfitta dell'esercito di occupazione nazista e della fine del tentativo di ricostituire in Italia uno Stato organizzato secondo le strutture del fascismo. Determinante fu, accanto alla generosa ed eroica lotta delle brigate partigiane, il ruolo dell'esercito italiano
ma soprattutto delle forze armate alleate. La seconda data è il 18 aprile del 1948, data delle prime libere elezioni che, affidando il governo della nazione alla coalizione guidata dalla Democrazia Cristiana, pose le basi per chiudere la guerra civile, per allontanare la prospettiva, allora realistica, di una rivoluzione di classe che ci avrebbe portato ad una nuova dittatura, e per collocare in modo duraturo e stabile il nostro Paese nell'alleanza occidentale dei popoli liberi.

Per comprendere quale insegnamento possano dare questi fatti alle nostre scelte odierne occorre innanzitutto uscire dalla retorica della "Resistenza", che ha deformato e cristallizzato gli eventi di quegli anni, accreditando e mitizzando la lotta armata come ribellione del popolo contro una ristretta classe dominante e come "sincero anelito di libertà e pace" contro "le forze oscure della dittatura e della guerra". Tutto questo serve forse a far vivere un apparato propagandistico un po' desueto, non certo a comprendere la drammaticità di scelte tuttora attuali.

Occorre invece riconoscere innanzitutto la natura del fascismo ed il motivo della sua accettazione da tanta parte del popolo italiano. Il fascismo va compreso all'interno di quel fenomeno politico del Novecento che va sotto il nome di Totalitarismo: un regime totalitario, infatti, a differenza di una normale dittatura, non si accontenta di controllare politicamente e militarmente la vita di un popolo, ma vuole fare sì che esso ragioni, pensi, agisca e si organizzi secondo quello che vuole il gruppo, il movimento o il partito egemone. Per ottenere ciò, oltre al terrore che infonde negli avversari, utilizza la sua capacità di influsso e di condizionamento attivo per orientare la vita delle persone in tutti gli ambiti, imponendo le proprie categorie e le proprie forme di organizzazione. Sotto questo essenziale profilo, il fascismo attuò lo stesso progetto di asservimento dell'uomo alla propria ideologia attuato dal comunismo e dal nazismo. Se il regime fascista non si spinse a realizzare il livello ultimo della pretesa egemonica sull'uomo, che è lo sterminio sistematico degli avversari, come invece avvenne in Germania e in Russia, fu per il permanere di un elemento etico, umanistico e cristiano, diffuso nel popolo italiano, che si espresse in un forte senso di solidarietà umana verso chiunque, ma soprattutto che conservò nelle persone la capacità di distinguere il bene dal male, limitando quella adesione passiva al potere e alle leggi, così ben descritta da Hannah Arendt nel grande resoconto del processo ad Adolf Eichmann intitolato "La banalità del male".

Se questa pretesa contro l'uomo fu così evidente, come spiegare allora l'ampio consenso che per un ventennio si è avuto verso il regime fascista? Senza dubbio la disinformazione e la repressione delle voci libere hanno avuto il loro peso, ma, al fondo, emerge una debolezza antica del nostro popolo. Troppo spesso, la ricerca di sicurezza non si indirizza verso lo sviluppo delle proprie capacità e del proprio impegno, personale o di gruppo, ma attende passivamente la risposta dall'apparato dello Stato: tragicamente, non c'è inefficienza pubblica o vessazione clientelare che sappia scalfire questa ignavia che caratterizza ancora tanta parte del nostro popolo! Il sistema corporativo, teorizzato e organizzato dal regime fascista, unitamente alle politiche di welfare state, così efficacemente attuate dallo stesso, ancora oggi, dopo oltre 60 anni, permangono come gravi rischi per la nostra democrazia ed il nostro sviluppo.

La vera riscossa dal fascismo, ma da ogni tentativo totalitario compreso il comunismo, è la ripresa di fiducia nell'uomo, nella capacità dei singoli e delle loro libere aggregazioni di rispondere efficacemente ai bisogni personali e collettivi. Non a caso il concetto di sussidiarietà, formulato da Leone XIII sul finire del 1800, fu magistralmente definito da Pio XI ell'enciclica "Quadragesimo anno", pubblicata il 15 maggio 1931, appositamente per contrastare le pretese egemoniche del regime fascista che in quegli anni si andava consolidando. Fu questo un vero, anticipatore, atto di resistenza, culturale e non violenta, che dispiegò la sua efficacia nella formazione di migliaia di cattolici antifascisti. Atto non isolato ma accompagnato da molti
contributi provenienti sia dalla cultura liberale che da quella socialista e comunista, da persone grandi che hanno pagato con l'emarginazione, il confino, il carcere e la vita la loro azione. Solo per fare quattro nomi: De Gasperi, Croce, Matteotti e Gramsci. È il contributo di queste grandi correnti di pensiero e di questa appassionata e capillare opera di educazione del popolo che permise, nell'immediato dopoguerra, la scrittura della Costituzione Italiana della quale festeggiamo quest'anno i sessanta anni. Questa fu la sua origine e non la lacerante esperienza della lotta armata, come ben documenta il fatto che il processo di messa a punto dei contenuti della Costituzione poté continuare pur in presenza di un acutizzarsi del conflitto politico e degli scontri di piazza.

Il richiamo alla "Liberazione" di cui celebriamo la festa, ci obbliga infine ad una riflessione sul tema della libertà, tema essenziale e critico nella nostra attuale democrazia. La libertà non può essere ridotta semplicemente alla potestà di esprimere le proprie preferenze, come la democrazia non può essere ridotta al diritto della maggioranza di imporre il proprio volere. Un'autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è il frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti, l'assunzione del bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica. Se non vi è un consenso generale su questi valori, si smarrisce il significato della democrazia e si compromette la sua stabilità. Se non esiste nessuna verità ultima la quale guidi ed orienti l'azione politica, allora il potere non trova alcun limite al suo dominio.
La libertà è riconoscimento e adesione alla verità: per questo è essenziale porre nuovamente al centro della nostra attenzione, nel dibattito culturale, nelle scuole e nelle università, accanto all'insegnamento delle tecniche, pur necessarie, la ricerca della verità e l'ascolto della posizione che ogni uomo assume di fronte ad essa.

La riflessione sul 25 aprile 1945, ci segnala così che il fondamentale rischio per la democrazia è rappresentato dal nichilismo: una democrazia senza riferimento alla verità cede facilmente al totalitarismo, come tragicamente dimostra la Storia che stiamo rievocando. Il rischio per la democrazia non deriva da coloro che confidano nell'esistenza della verità, ma dalla teorizzazione che non esista alcuna verità.

Ecco quindi emergere con chiarezza due linee politiche essenziali. Primo: occorre porre con decisione la ricerca della verità come elemento centrale del libero dibattito tra le persone; secondo: occorre costruire uno Stato fondato sulla sussidiarietà, cioè sulla capacità di rispettare, valorizzare e sostenere ogni tentativo di risposta ai bisogni che emerge dalla società.

Su queste linee è possibile costruire una democrazia matura, degna erede del 25 aprile 1945, del 18 aprile 1948 e della nostra Costituzione Repubblicana.

 
Comune di Rho - Piazza Visconti, 23 Rho (MI)