Descrizione
“Una palestra per la mente”, così l’assessora alla Cultura Valentina Giro, affiancata dal direttore Fiorenzo Grassi, ha ribattezzato le serate di Riflessioni al Teatro Civico de Silva, avviando giovedì 9 aprile il primo dei Dialoghi di Inclusione organizzato da Polisportiva San Carlo, Baskin Rho, Fede e Luce e Parrocchia San Vittore. Un dialogo che ha visto protagonisti l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini e la pastora battista Cristina Arcidiacono, introdotti da don Marco Bove, che ha evidenziato come “la responsabilità di costruire comunità aperte a tutti coloro che vogliano farne parte spetti a ciascuno di noi”.
Come prima cosa si è riflettuto sui fattori disgreganti che oggi si percepiscono. Per Arcidiacono, in primis c’è l’”ansia di sicurezza, dietro cui si cela la paura dell’altro, della diversità, dello straniero”. La pastora ha citato Dietrich Bonhoeffer, di cui ricorreva l’82esimo anniversario dalla morte in lager: “La sicurezza è il contrario della pace”. E ha aggiunto: “Vuol dire che chi si fida è ritenuto ingenuo. Lui diceva che la pace significa relazione e rischio, mentre la propaganda sulla sicurezza è la maggiore responsabile della disgregazione comunitaria, perché si vuole stare solo con chi ci somiglia, si genera isolamento. E anche l’illusione di essere connessi è isolante”.
Per monsignor Delpini, a ostacolare la comunione è la mancanza di preghiera: “Se guardo l’altro come lo guarderebbe Dio, non lo percepisco come una minaccia, riesco a vedere cosa in lui è amabile. Oggi, poi, c’è un fastidio insopportabile per la durata, non ci si lega, non si prendono impegni, ma una comunità merita una lunga cura per essere stabile”.
Anche per Arcidiacono “costanza e pazienza oggi non sono viste positivamente”: “Oggi prevale il mordi e fuggi, conta invece l’esserci. Siamo discepoli e cittadini, pellegrini e stanziali. Dobbiamo chiederci cosa cerchiamo, se vogliamo la perfezione non possiamo trovarla. Io posso anche non aver ragione ma stare bene con l’altro”.
Di fronte alla domanda su quali siano gli alibi da smascherare, Delpini ha pensato alla ”ossessione di essere connessi”, pur invitando a non generalizzare sui giovani, che mostrano di fatto atteggiamenti diversi.
La pastora ha evidenziato la “distrazione cui i social inducono”: “Passiamo da una notizia all’altra, scrollando il cellulare. E anche la guerra, nel mezzo, diventa intrattenimento. Oggi è difficile essere adolescenti, tra telecamere in casa e registro elettronico. Gli oratori sono in molti casi gli unici presìdi di comunità, ma dopo i 14 anni? Chi ascolta i ragazzi senza mettere un voto o far comprare qualcosa?”.
L’arcivescovo di Milano ha auspicato che gli adulti “si mostrino contenti di essere adulti”: “Invece passano il tempo a lamentarsi. Penso ai giovani come a una Ferrari, una macchina bellissima che però deve correre, mentre gli adulti la mettono in parcheggio, cosa che rende i ragazzi nervosi e aggressivi. Se non si è contenti di quel che si è, non si è capaci di educare. Il futuro è responsabilità, sarà come lo faranno i giovani, né spaventoso né favoloso. Da vescovo aggiungo: se non credo in Dio di chi mi fido? Per questo dobbiamo insegnare a pregare”.
Arcidiacono ha esortato a “perdere tempo per educare, invece di delegare agli schermi e di puntare alla logica di consumo e prestazione, e a recuperare l’immaginazione. Dobbiamo convertirci, cambiare direzione e ripensare una comunità umana che possa essere felice”.
Alcuni brani, scelti dai relatori e letti da Manuela Zappa, hanno aiutato la riflessione: la pastora ha scelto il brano evangelico della donna straniera che esorta Gesù a essere più inclusivo e a occuparsi di quel che lei gli chiede, mentre l’arcivescovo ha puntato su un brano dell’ortodosso Olivier Clément, che dice “Noi siamo gli altri e siamo plurimi”.
Ultima esortazione, quella a lasciare un compito. Cristina Arcidiacono ha chiesto di “non aver paura di perdere le proprie ragioni per incontrare l’altro, perché Cristo ha lasciato i cieli, si è svuotato del suo essere divino per incontrare l’uomo. Occorre osare le relazioni”. Con ironia, Mario Delpini ha concluso invitando a “iscriversi a una congregazione che unisca tutti, persone di diverse fedi e stranieri, e che abbia un unico articolo nello Statuto, ovvero fare il voto di non lamentarsi mai”.
Il prevosto monsignor Norberto Donghi ha ringraziato gli ospiti: “Siamo più di noi stessi.
Costruire comunità non è superfluo, è il lavoro di ogni giorno”. Il Sindaco Andrea Orlandi ha evidenziato come il format del dialogo in Teatro risponda a un suo grande desiderio: “Perché un sindaco dovrebbe occuparsi di questo mentre ci sono buche nelle strade, erba alta e tanti problemi da risolvere? Stasera è emerso il motivo: la vera comunità non è costituita da pietre e alberi ma nasce nel profondo. La Città ha bisogno di ricerca di senso in ogni fase della vita, per questo è importante accompagnare a porsi domande e noi siamo operai delle istituzioni”.
Come prima cosa si è riflettuto sui fattori disgreganti che oggi si percepiscono. Per Arcidiacono, in primis c’è l’”ansia di sicurezza, dietro cui si cela la paura dell’altro, della diversità, dello straniero”. La pastora ha citato Dietrich Bonhoeffer, di cui ricorreva l’82esimo anniversario dalla morte in lager: “La sicurezza è il contrario della pace”. E ha aggiunto: “Vuol dire che chi si fida è ritenuto ingenuo. Lui diceva che la pace significa relazione e rischio, mentre la propaganda sulla sicurezza è la maggiore responsabile della disgregazione comunitaria, perché si vuole stare solo con chi ci somiglia, si genera isolamento. E anche l’illusione di essere connessi è isolante”.
Per monsignor Delpini, a ostacolare la comunione è la mancanza di preghiera: “Se guardo l’altro come lo guarderebbe Dio, non lo percepisco come una minaccia, riesco a vedere cosa in lui è amabile. Oggi, poi, c’è un fastidio insopportabile per la durata, non ci si lega, non si prendono impegni, ma una comunità merita una lunga cura per essere stabile”.
Anche per Arcidiacono “costanza e pazienza oggi non sono viste positivamente”: “Oggi prevale il mordi e fuggi, conta invece l’esserci. Siamo discepoli e cittadini, pellegrini e stanziali. Dobbiamo chiederci cosa cerchiamo, se vogliamo la perfezione non possiamo trovarla. Io posso anche non aver ragione ma stare bene con l’altro”.
Di fronte alla domanda su quali siano gli alibi da smascherare, Delpini ha pensato alla ”ossessione di essere connessi”, pur invitando a non generalizzare sui giovani, che mostrano di fatto atteggiamenti diversi.
La pastora ha evidenziato la “distrazione cui i social inducono”: “Passiamo da una notizia all’altra, scrollando il cellulare. E anche la guerra, nel mezzo, diventa intrattenimento. Oggi è difficile essere adolescenti, tra telecamere in casa e registro elettronico. Gli oratori sono in molti casi gli unici presìdi di comunità, ma dopo i 14 anni? Chi ascolta i ragazzi senza mettere un voto o far comprare qualcosa?”.
L’arcivescovo di Milano ha auspicato che gli adulti “si mostrino contenti di essere adulti”: “Invece passano il tempo a lamentarsi. Penso ai giovani come a una Ferrari, una macchina bellissima che però deve correre, mentre gli adulti la mettono in parcheggio, cosa che rende i ragazzi nervosi e aggressivi. Se non si è contenti di quel che si è, non si è capaci di educare. Il futuro è responsabilità, sarà come lo faranno i giovani, né spaventoso né favoloso. Da vescovo aggiungo: se non credo in Dio di chi mi fido? Per questo dobbiamo insegnare a pregare”.
Arcidiacono ha esortato a “perdere tempo per educare, invece di delegare agli schermi e di puntare alla logica di consumo e prestazione, e a recuperare l’immaginazione. Dobbiamo convertirci, cambiare direzione e ripensare una comunità umana che possa essere felice”.
Alcuni brani, scelti dai relatori e letti da Manuela Zappa, hanno aiutato la riflessione: la pastora ha scelto il brano evangelico della donna straniera che esorta Gesù a essere più inclusivo e a occuparsi di quel che lei gli chiede, mentre l’arcivescovo ha puntato su un brano dell’ortodosso Olivier Clément, che dice “Noi siamo gli altri e siamo plurimi”.
Ultima esortazione, quella a lasciare un compito. Cristina Arcidiacono ha chiesto di “non aver paura di perdere le proprie ragioni per incontrare l’altro, perché Cristo ha lasciato i cieli, si è svuotato del suo essere divino per incontrare l’uomo. Occorre osare le relazioni”. Con ironia, Mario Delpini ha concluso invitando a “iscriversi a una congregazione che unisca tutti, persone di diverse fedi e stranieri, e che abbia un unico articolo nello Statuto, ovvero fare il voto di non lamentarsi mai”.
Il prevosto monsignor Norberto Donghi ha ringraziato gli ospiti: “Siamo più di noi stessi.
Costruire comunità non è superfluo, è il lavoro di ogni giorno”. Il Sindaco Andrea Orlandi ha evidenziato come il format del dialogo in Teatro risponda a un suo grande desiderio: “Perché un sindaco dovrebbe occuparsi di questo mentre ci sono buche nelle strade, erba alta e tanti problemi da risolvere? Stasera è emerso il motivo: la vera comunità non è costituita da pietre e alberi ma nasce nel profondo. La Città ha bisogno di ricerca di senso in ogni fase della vita, per questo è importante accompagnare a porsi domande e noi siamo operai delle istituzioni”.
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Ultimo aggiornamento pagina: 10/04/2026 20:12:46