Descrizione
E’ stata inaugurata il 17 gennaio 2026, alla presenza dell’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini, la mostra “Ribelli per amore – Sacerdoti nei Lager nazisti e nella Resistenza rhodense”. Allestita all'Official Point di piazza San Vittore 14, dove rimarrà aperta fino al 31 gennaio dal martedì al venerdì dalle ore 10.00 alle 13.00, il sabato e la domenica dalle ore 16.00 alle 18.00, la mostra è stata illustrata in un convegno svoltosi poco prima al Tourist Infopoint. Presentato da Paola Cupetti, il convegno ha visto intervenire la curatrice Carmen Meloni; Guido Lorenzetti, figlio di Andrea Lorenzetti, vicesegretario del Partito Socialista clandestino durante la Resistenza, e il Sindaco Andrea Orlandi. Presenti il vicesindaco Maria Rita Vergani, l'assessore Nicola Violante, la consigliera comunale Clelia La Palomenta.
Così ha spiegato Carmen Meloni: “La motivazione principale di questi sacerdoti nasceva dal credo religioso e dalla volontà di mettere in atto una forma vera di ribellione. Fecero anche loro una scelta di tipo politico, perché non prevalesse il non umano sull’umano. Anche a loro, come a tutti gli oppositori politici, venne assegnato nei campi nazisti un triangolo rosso e nel Lager di Dachau venne riservata la baracca 26, lì tutti furono costretti ai lavori forzati e a umiliazioni feroci. Diverse testimonianze raccontano di don Andrea Reiser, che denunciò nel 1938 con una affissione fuori dalla sua chiesa le follie naziste. Fu arrestato e una giovane guardia fu incaricata di fargli intrecciare del filo spinato come una corona di spine e di portare due assi di legno come la croce di Cristo, mentre deportati ebrei erano costretti a sputargli addosso. La mostra è nata perché è giusto ricordare lui e tutti gli altri preti che pagarono per la loro ribellione. La memoria oggi appare più che mai necessaria, perché è un baluardo contro il rischio del dilagare di falsi miti e falsi profeti che puntano a distruggere la libertà dell’uomo. Come scriveva Bertold Brecht, il ventre del mostro è ancora fecondo”.
Guido Lorenzetti ha ricostruito la storia delle persecuzioni. “O sei in cristiano o sei tedesco, scriveva Hitler – ha detto – Tutti erano potenziali nemici del Reich a meno che non facessero una esplicita dichiarazione di adesione. Nel 1933 i cattolici in Germania erano circa 23 milioni e la maggior parte apparteneva al partito Zentrum. Un accordo con la Chiesa tentò una legittimazione analoga a quella dei Patti Lateranensi del 1929 per il fascismo. Hitler chiedeva di sciogliere il Zentrum, il Vaticano voleva lo stop alle aggressioni ai preti. Hitler ignorò quel patto. La persecuzione riguardò chiese, scuole, giornali cattolici. Tra i protestanti, ci furono poche reazioni. Dietrich Bonoeffer e Martin Niemöller finirono nei campi di sterminio. Tra i cattolici molti vennero picchiati, arrestati, deportati. Ci furono connessioni con il programma di eutanasia che riguardava fragili e disabili: ad Hartheim in Austria finirono anche molti preti polacchi”.
Dalla Cecoslovacchia furono deportati a Dachau 100 sacerdoti, i polacchi erano il 65 per cento e tra loro si contò l’84 per cento di morti. “Erano contrari al regime e slavi, il livello di fondo nella gerarchia razziale, così come gli italiani dopo l’8 settembre 1943 – ha continuato Lorenzetti – Le SS erano ignoranti, veniva detto loro di prendersela con quelli che avevano gli occhiali, perché di sicuro sapevano leggere. Le SS provavano gusto nel tormentare i religiosi. Nel 1940 il Vaticano portò avanti una trattativa perché potessero dire messa e fossero seppelliti e non cremati. Nel novembre di quell’anno si decise che tutti i religiosi sarebbero finiti a Dachau, potevano dire messa ma non essere sepolti. Questo fu un passaggio negativo, perché privava di aiuto spirituale che si trovava in altri lager, e perché le SS non rispettarono i patti. Spesso le messe venivano interrotte, le ostie gettate a terra. I sacerdoti venivano irrisi e insultati. I preti polacchi furono usati come cavie umane dal dottor Claus Schilling, criminale di guerra, che aveva fatto esperimenti simili nel manicomio di Volterra. A Dachau arrivarono 200 preti e sono morti quasi tutti. Erano ribelli per amore del prossimo e della libertà”. Tanti gli esempi: il beato Giuseppe Girotti, ucciso a Dachau con una iniezione di benzina, e don Antonio Seghezzi, morto nel maggio 1945 dopo la marcia della morte, furono i due italiani (tre 29 preti deportati) che non tornarono”.
Don Paolo Liggeri fu spesso a contatto con Andrea Lorenzetti, padre di Guido, e scrisse poi il libro “Triangolo rosso”, con spirito critico e anche sarcastico.
“Alcune migliaia furono perseguitati per la loro fede – ha concluso Guido Lorenzetti – Oggi ci rivolgiamo ai giovani, in un mondo in cui la ragione della forza è tornata a prevalere sulla forza della ragione e piccoli fuhrer intendono esercitare una forza senza limiti”.
Camen Meloni ha mostrato il video di una intervista a don Angelo Dalmasso, concessa dall’Archivio storico della Città di Bolzano, in cui il sacerdote cuneese racconta la deportazione durante la quale arrivò a pesare 32 chilogrammi: “In tanti subirono una vera e propria Via Crucis prolungata. Molti non tornarono a casa”.
Il prevosto don Norberto Donghi si è detto “commosso dal coraggio di questi sacerdoti”: “Ho pensato a cosa avrei fatto io. Sono testimonianze radicali che dicono che il cristianesimo non è mettere le pantofole, come qualcuno può pensare, con un buonismo all’acqua di rose. Il cristianesimo è lievito di cambiamento, è rivoluzione. Le prediche sono necessarie, ma al coraggio della parola deve seguire il coraggio della vita. Sulla scia di questo bene speso, dal sangue di questi martiri, la Chiesa ha vissuto anni davvero operosi”.
Il presidente di ANED Milano, Leonardo Visco Gilardi, ha rievocato che quanto avvenuto fino al 1945 è stato “frutto dei nazionalismi che hanno portato a negare il rispetto dell’altro, alla carneficina della prima guerra mondiale, e alla disumanizzazione conseguente”.
Mario Anzani, presidente di ANPI Rho ha ricordato come, mentre nel 1936, il cardinale Ildefonso Schuster celebrò con un Te Deum in Duomo i fasti dell’impero, nel 1944 scrisse in una lettera a don Luigi Corbella, legato alla Repubblica Sociale Italiana, la propria denuncia, parlando di sacerdoti arrestati, fustigati, seviziati, e si chiese: “Assistiamo a scene di orrore tali da degradare il secolo, quale sarà la reazione popolare?”.
Il Sindaco Andrea Orlandi si è complimentato con Carmen Meloni, vicepresidente di ANED Milano, per il suo lavoro: “Ciascuno di noi qui potrebbe appartenere a una delle categorie perseguitate. Nessuno poteva dirsi escluso. Ringrazio Carmen e Guido Lorenzetti, al cui padre Andrea è dedicato un centro studi all’Università Bocconi. Leggevo sui brani in cui scrisse di non avere rimpianti, pur essendo consapevole della fine a cui andava incontro. Faccio i miei complimenti a Leo Visco Gilardi che ha ricevuto pochi mesi fa l’Ambrogino d’Oro e consideriamo un po’ rhodense. Nella nostra città nei giorni della Liberazione i preti furono fondamentali nella contrattazione, con il CLN. Prima tentò il prevosto e poi i padri Oblati Reina e Longoni. La nostra città, anche grazie a loro, ebbe un percorso di Liberazione che non vide particolari tensioni. Questo riprende il tema della pace, ringrazio anche l’Arcivescovo che ieri sera ha condannato la guerra, dicendo che lo strumento per arrivare alla pace è la pace stessa, considerando tutte le ragioni economiche che danno adito alla guerra”.
Al taglio del nastro, all’Official Point, è intervenuto monsignor Mario Delpini: “Guardo a questa mostra con particolare senso di riconoscenza per i preti che in modo diverso hanno contribuito a contrastare il nazifascismo, rivestendo un ruolo significativo. Da dove vengono? Come si sono formati per interpretare il loro tempo anche quando l’interpretazione era scomoda? Hanno saputo mettersi in gioco, far sì che il ministero di prete si esponesse. Credo che vengano da una Chiesa Ambrosiana che, a partire dal cardinale Schuster, ha sentito simpatia per l’umanità e fascino per la libertà. Mentre c’era il fascismo, c’erano uomini che nascosti, rifugiati, in esilio, si immaginavano come potesse essere un mondo libero, nel pieno della persecuzione. Emerge una Chiesa che ama l’uomo e ama la libertà. Il secondo aspetto, caratteristico dei preti della nostra Diocesi, è il radicamento popolare: erano persone che stavano con la gente, si facevano carico delle mamme che non avevano notizie di figli e mariti, stavano in mezzo al popolo. La gente ha trovato con naturalezza il riferirsi a un prete. Era una Chiesa che ha attraversato tribolazioni e si è sentita parte di un popolo che cercava un punto di riferimento, incoraggiando l’impegno e supportando chi soffriva”.
Così ha spiegato Carmen Meloni: “La motivazione principale di questi sacerdoti nasceva dal credo religioso e dalla volontà di mettere in atto una forma vera di ribellione. Fecero anche loro una scelta di tipo politico, perché non prevalesse il non umano sull’umano. Anche a loro, come a tutti gli oppositori politici, venne assegnato nei campi nazisti un triangolo rosso e nel Lager di Dachau venne riservata la baracca 26, lì tutti furono costretti ai lavori forzati e a umiliazioni feroci. Diverse testimonianze raccontano di don Andrea Reiser, che denunciò nel 1938 con una affissione fuori dalla sua chiesa le follie naziste. Fu arrestato e una giovane guardia fu incaricata di fargli intrecciare del filo spinato come una corona di spine e di portare due assi di legno come la croce di Cristo, mentre deportati ebrei erano costretti a sputargli addosso. La mostra è nata perché è giusto ricordare lui e tutti gli altri preti che pagarono per la loro ribellione. La memoria oggi appare più che mai necessaria, perché è un baluardo contro il rischio del dilagare di falsi miti e falsi profeti che puntano a distruggere la libertà dell’uomo. Come scriveva Bertold Brecht, il ventre del mostro è ancora fecondo”.
Guido Lorenzetti ha ricostruito la storia delle persecuzioni. “O sei in cristiano o sei tedesco, scriveva Hitler – ha detto – Tutti erano potenziali nemici del Reich a meno che non facessero una esplicita dichiarazione di adesione. Nel 1933 i cattolici in Germania erano circa 23 milioni e la maggior parte apparteneva al partito Zentrum. Un accordo con la Chiesa tentò una legittimazione analoga a quella dei Patti Lateranensi del 1929 per il fascismo. Hitler chiedeva di sciogliere il Zentrum, il Vaticano voleva lo stop alle aggressioni ai preti. Hitler ignorò quel patto. La persecuzione riguardò chiese, scuole, giornali cattolici. Tra i protestanti, ci furono poche reazioni. Dietrich Bonoeffer e Martin Niemöller finirono nei campi di sterminio. Tra i cattolici molti vennero picchiati, arrestati, deportati. Ci furono connessioni con il programma di eutanasia che riguardava fragili e disabili: ad Hartheim in Austria finirono anche molti preti polacchi”.
Dalla Cecoslovacchia furono deportati a Dachau 100 sacerdoti, i polacchi erano il 65 per cento e tra loro si contò l’84 per cento di morti. “Erano contrari al regime e slavi, il livello di fondo nella gerarchia razziale, così come gli italiani dopo l’8 settembre 1943 – ha continuato Lorenzetti – Le SS erano ignoranti, veniva detto loro di prendersela con quelli che avevano gli occhiali, perché di sicuro sapevano leggere. Le SS provavano gusto nel tormentare i religiosi. Nel 1940 il Vaticano portò avanti una trattativa perché potessero dire messa e fossero seppelliti e non cremati. Nel novembre di quell’anno si decise che tutti i religiosi sarebbero finiti a Dachau, potevano dire messa ma non essere sepolti. Questo fu un passaggio negativo, perché privava di aiuto spirituale che si trovava in altri lager, e perché le SS non rispettarono i patti. Spesso le messe venivano interrotte, le ostie gettate a terra. I sacerdoti venivano irrisi e insultati. I preti polacchi furono usati come cavie umane dal dottor Claus Schilling, criminale di guerra, che aveva fatto esperimenti simili nel manicomio di Volterra. A Dachau arrivarono 200 preti e sono morti quasi tutti. Erano ribelli per amore del prossimo e della libertà”. Tanti gli esempi: il beato Giuseppe Girotti, ucciso a Dachau con una iniezione di benzina, e don Antonio Seghezzi, morto nel maggio 1945 dopo la marcia della morte, furono i due italiani (tre 29 preti deportati) che non tornarono”.
Don Paolo Liggeri fu spesso a contatto con Andrea Lorenzetti, padre di Guido, e scrisse poi il libro “Triangolo rosso”, con spirito critico e anche sarcastico.
“Alcune migliaia furono perseguitati per la loro fede – ha concluso Guido Lorenzetti – Oggi ci rivolgiamo ai giovani, in un mondo in cui la ragione della forza è tornata a prevalere sulla forza della ragione e piccoli fuhrer intendono esercitare una forza senza limiti”.
Camen Meloni ha mostrato il video di una intervista a don Angelo Dalmasso, concessa dall’Archivio storico della Città di Bolzano, in cui il sacerdote cuneese racconta la deportazione durante la quale arrivò a pesare 32 chilogrammi: “In tanti subirono una vera e propria Via Crucis prolungata. Molti non tornarono a casa”.
Il prevosto don Norberto Donghi si è detto “commosso dal coraggio di questi sacerdoti”: “Ho pensato a cosa avrei fatto io. Sono testimonianze radicali che dicono che il cristianesimo non è mettere le pantofole, come qualcuno può pensare, con un buonismo all’acqua di rose. Il cristianesimo è lievito di cambiamento, è rivoluzione. Le prediche sono necessarie, ma al coraggio della parola deve seguire il coraggio della vita. Sulla scia di questo bene speso, dal sangue di questi martiri, la Chiesa ha vissuto anni davvero operosi”.
Il presidente di ANED Milano, Leonardo Visco Gilardi, ha rievocato che quanto avvenuto fino al 1945 è stato “frutto dei nazionalismi che hanno portato a negare il rispetto dell’altro, alla carneficina della prima guerra mondiale, e alla disumanizzazione conseguente”.
Mario Anzani, presidente di ANPI Rho ha ricordato come, mentre nel 1936, il cardinale Ildefonso Schuster celebrò con un Te Deum in Duomo i fasti dell’impero, nel 1944 scrisse in una lettera a don Luigi Corbella, legato alla Repubblica Sociale Italiana, la propria denuncia, parlando di sacerdoti arrestati, fustigati, seviziati, e si chiese: “Assistiamo a scene di orrore tali da degradare il secolo, quale sarà la reazione popolare?”.
Il Sindaco Andrea Orlandi si è complimentato con Carmen Meloni, vicepresidente di ANED Milano, per il suo lavoro: “Ciascuno di noi qui potrebbe appartenere a una delle categorie perseguitate. Nessuno poteva dirsi escluso. Ringrazio Carmen e Guido Lorenzetti, al cui padre Andrea è dedicato un centro studi all’Università Bocconi. Leggevo sui brani in cui scrisse di non avere rimpianti, pur essendo consapevole della fine a cui andava incontro. Faccio i miei complimenti a Leo Visco Gilardi che ha ricevuto pochi mesi fa l’Ambrogino d’Oro e consideriamo un po’ rhodense. Nella nostra città nei giorni della Liberazione i preti furono fondamentali nella contrattazione, con il CLN. Prima tentò il prevosto e poi i padri Oblati Reina e Longoni. La nostra città, anche grazie a loro, ebbe un percorso di Liberazione che non vide particolari tensioni. Questo riprende il tema della pace, ringrazio anche l’Arcivescovo che ieri sera ha condannato la guerra, dicendo che lo strumento per arrivare alla pace è la pace stessa, considerando tutte le ragioni economiche che danno adito alla guerra”.
Al taglio del nastro, all’Official Point, è intervenuto monsignor Mario Delpini: “Guardo a questa mostra con particolare senso di riconoscenza per i preti che in modo diverso hanno contribuito a contrastare il nazifascismo, rivestendo un ruolo significativo. Da dove vengono? Come si sono formati per interpretare il loro tempo anche quando l’interpretazione era scomoda? Hanno saputo mettersi in gioco, far sì che il ministero di prete si esponesse. Credo che vengano da una Chiesa Ambrosiana che, a partire dal cardinale Schuster, ha sentito simpatia per l’umanità e fascino per la libertà. Mentre c’era il fascismo, c’erano uomini che nascosti, rifugiati, in esilio, si immaginavano come potesse essere un mondo libero, nel pieno della persecuzione. Emerge una Chiesa che ama l’uomo e ama la libertà. Il secondo aspetto, caratteristico dei preti della nostra Diocesi, è il radicamento popolare: erano persone che stavano con la gente, si facevano carico delle mamme che non avevano notizie di figli e mariti, stavano in mezzo al popolo. La gente ha trovato con naturalezza il riferirsi a un prete. Era una Chiesa che ha attraversato tribolazioni e si è sentita parte di un popolo che cercava un punto di riferimento, incoraggiando l’impegno e supportando chi soffriva”.
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Ultimo aggiornamento pagina: 18.01.2026 09:22:18